Biblioforum è un progetto di lettura di testi che trattano della globalizzazione promosso dall'Associazione Culturale Pensiero Tascabile e dal Consiglio di Quartiere n. 6 Vingone-Giogoli del Comune di Scandicci (Firenze)

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BAGNATO R. – VERRINI B.,
"Armi d’Italia. Protagonisti e ombre di un made in Italy di successo", Fazi 2005


Crescita delle spese militari mondiali dell’11% nel 2003 – quasi il doppio che nel 2002, che registra un pur sempre decisivo tasso del 6,5% - con un balzo fino a 956 miliardi di dollari. Da 200000 a 300000 morti all’anno a causa di armi leggere (usate nelle uccisioni del 90% di civili caduti nel corso di conflitti[1]). In questo terrificante quadro l’Italia si colloca da protagonista, con una industria dal forte radicamento e da un vasto mercato: si tratta infatti del secondo esportatore mondiale di armi leggere[2]. Il libro di Bagnato e Verrini si impone come uno dei più validi strumenti scaturiti dall’editoria italiana per lo studio e l’analisi nel campo degli armamenti in Italia– su cui fortunatamente si sono visti ultimamente contributi di assoluto rilievo [3]- ; mercato che presenta pesantissime implicazioni etiche oltre che politiche e sociali, in quanto influenza e talvolta determina gli equilibri diplomatico-militari, incidendo sulla vita delle popolazioni che vivono sui teatri di guerra. L’incremento delle conoscenze del settore, al di là dell’interesse accademico e storico, è quindi una preziosa acquisizione della coscienza collettiva che si esprime nel dibattito pubblico.


Lo studio è diviso in due parti: nella prima si propone una panoramica della storia della produzione di armi in Italia; dopo un capitolo di carattere generale e uno dedicato alle mine, svelti paragrafi conducono il lettore dal ventennio fascista (che vede la nascita dell’IRI) e dagli anni ’70-’80 ai nuovi assetti segnati da una legge di controllo e monitoraggio estremamente avanzata (la L. 185/90) fino alla recente modifica del marzo 2003. Si chiude questa sezione con le tendenze attuali: aumento delle esportazioni. La seconda parte affronta i singoli soggetti: le aziende in primo luogo (che “si possono sostanzialmente suddividere in tre gruppi: Finmeccanica, Gruppo Beretta Holding, e altre imprese”, p. 21), ma anche le istituzioni (gli autori valutano che il governo controlli una larga fetta del settore, come committente e azionista di Finmeccanica), le banche, i sindacati e la società civile organizzata; fra questi compare quella che è senza dubbio la realtà più sconosciuta: l’AIAD (Associazione Industrie per l’Aereospazio i sistemi e la Difesa), potente Confindustria del settore Difesa che svolge il ruolo di lobby a favore delle industrie di armamenti italiane. Chiudono il volume due capitoli, uno inerenti al militare in Europa, e le conclusioni finali degli autori. Il tutto suffragato da puntuali riferimenti storici e da una valanga di note con fonti, testi di riferimento, articoli e siti internet[4]. Il modo in cui gli autori riescono a mantenere un tono scorrevole, nonostante tale prezioso apparato, è davvero sorprendente. Come prima considerazione generale, bisogna osservare che il testo, essendo incentrato sulla realtà produttiva italiana, lascia a margine gli armamenti di carattere nucleare, biologico e chimico [5] che non hanno riscontro sullo scenario nazionale.

In secondo luogo, l’approccio degli autori si tiene in equilibrio fra l’analisi storico-economica e il saggio “militante”. Tale carattere emerge dalla approfondita trattazione della legge 185/1990, e del ruolo della società civile nelle campagne d’opinione finalizzate alla presa di coscienza pubblica delle ricadute etiche del commercio d’armi, in specie agli stati impegnati in guerre o notoriamente dediti alla violazione di diritti umani [6]. Un intero capitolo è dedicato alla società civile organizzata [7], alle sue varie componenti (pacifismo classico, forum sociali, realtà cattoliche, terzo settore) e alle sue iniziative concrete [8]. Una simile impostazione scaturisce dal fatto che il testo, non esaurendosi nelle caratteristiche tecniche delle armi o nel calcolo del loro giro d’affari, si lega a ciò che precede e segue la mera transazione commerciale; quello che segue è l’uso concreto nei confitti, quale è noto ormai a tutti nel suo severo tributo di morte. La genesi delle armi è invece non solo l’insieme degli apparati produttivi – lavoratori, fabbriche, ecc. – ma anche il meccanismo economico, giuridico e politico che li sottende e li sostiene. Così, se le ricadute concrete si traducono nell’istanza etica antibellicista, la lucida analisi del sistema nei suoi passaggi strategici fornisce un quadro per fondare una realistica mobilitazione.


Ed è questo il punto verso cui alla fine il lettore si trova a fare i conti: uscendo dalla mera analisi, il volume illustra le varie iniziative che tendono a fare pressione per orientare l’economia e la politica verso la disarticolazione del sistema di guerra così incisivamente delineato nel corso dei capitoli. La forma di mobilitazione corrente è la campagna, una forma di attività di sensibilizzazione promossa da un nocciolo duro di associazioni, a cui si aggregano tutti i gruppi e i singoli che ne condividono gli obiettivi di fondo e le singole mosse, senza discriminanti di appartenenza politica, partitica o sociale – spesso si vede l’adesione di realtà istituzionali quali i comuni e le province.
A fronte di tali problemi, pare che non esista attualmente un’alternativa, un soggetto sociale in grado di operare una significativa pressione per il cambiamento; anche perché – come emerge con chiarezza dai dettagli dell’analisi – se la distinzione fra poteri pubblici e privati rimane a livello generale fondante e valida, in ambiti come la produzione d’armi si fa assai più evanescente, ricadendo la responsabilità tanto sulle strutture private – si pensi in particolare alle banche e al loro ruolo – quanto sulla mano pubblica, nel senso del suo disimpegno dall’attività di controllo e regolamentazione, se non della concreta attività promozionale o di effettivo sostegno; così che il compito di progettualità della politica – attraversata da élite pervasive tanto della sfera economica quanto di quella istituzionale – tende a ricadere sulla società civile organizzata [9].

Note
1. Per una panoramica globale e costantemente aggiornata sui conflitti nel mondo si veda www.warnews.it e www.peacereporter.net

2. Con “armi leggere” non ci si riferisce a strumenti di scarsa offensività – in quanto comprendono mitragliatori, fucili d’assalto e lanciamissili – rispetto alle “armi da guerra”. La distinzione è basata sulla loro facile trasportabilità, rispetto a mezzi corrazzati, testate missilistiche, e simili. Da notare che le “armi da guerra” comprendono elementi talvolta più “pacifici” come radar e sistemi ottici.

3. Il riferimento più autorevole attualmente disponibile è C. Bonaiuti – A. Lodovisi, Il commercio delle armi. L’Italia nel contesto internazionale, Jaca Book 2004. Da ricordare inoltre Finardi S. - Tombola C., Le strade delle armi, Jaca Book 2002, opera che si impone per affrontare il militare nelle sue componenti logistiche (trasporti e mezzi di comunicazione). Entrambi i testi – di grande impegno il primo – affrontano il contesto internazionale, dove invece Bagnato e Verrini si rivolgono a quello italiano.

4. Tale tipo di bibliografia è fra le più interessanti e stimolanti, dato che i fenomeni sociali di questo genere mutano in fretta, e vi sono diversi siti in costante aggiornamento.

5. Tali tipi di armamento, sebbene presenti in Italia (si veda, sulla presenza di armi atomiche, il recente rapporto del Natural Resources Defense Council, disponibile all’indirizzo www.nrdc.org/nuclear/euro/euro.pdf ), non rientrano nel quadro del presente studio dato che fanno riferimento ad altre realtà produttive.

6. Abbondante documentazione sulla vicenda della l. 185/90 è reperibile sui seguenti siti
http://www.banchearmate.it/home.htm
http://www.saveriani.bs.it/missioneoggi/Campagne/Banche/index.htm
http://web.peacelink.it/dossier/oscar/oscar1.pdf
7. Pagina 156. con tale termine si intende la galassia di associazioni e gruppi indipendenti che si attivano in favore di istanze sociali e etiche largamente condivise, quali ambiente, giustizia economica e diritti umani.
8. Si ricorderà la campagna “Banche armate”, che invita a manifestare il proprio disagio nei confronti della propria banca, qualora questa investa in armi, fino a cambiare istituto, qualora questo non si disimpegni da tale settore.
9. Da ricordare che esse assomma realtà molto diverse – particolarmente attive sono, per esempio, accanto a associazioni i difesa dei diritti umani, le riviste missionarie.


Consulta il sito della casa editrice:
www.fazieditore.it

Il sito web in cui scrivono i due autori:
www.vita.it

Un progetto di ricerca sulle armi leggere (in inglese)
www.smallarmssurvey.org

Il sito della Campagna ControllArms (in inglese):
www.controlarms.org


La sezione italiana:
www.disarmo.org