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DERIVE E APPRODI

recensione - DERIVEAPPRODI 2002: I MOVIMENTI D’EUROPA

Abstract
: La rivista DeriveApprodi, che arriva col 2006 al quindicesimo anno di pubblicazioni – il primo numero risale al 1992 - , edita dall’omonima casa editrice, si può senz’altro descrivere come una rivista militante. Parte integrante della sua identità è costituita dal suo organico rapporto col movimento. Anche – paradossalmente – quando esso non esisteva. Va infatti rilevato che la storia dei movimenti sociali in Italia – ma sul piano mondiale non pare esservi significative differenze – vede uno iato fra i fermenti degli anni sessanta – settanta e la progressiva crescita dei tardi anni novanta culminati con le proteste “globali” di Seattle, Genova, Porto Alegre[1].


Testo
Nel periodo di mezzo – anni ottanta e primi novanta – si registra un periodo di bassa intensità di conflitti sociali organizzati; è in quel periodo nasce la rivista, mantenendo il filone della precedente tradizione operaistica e innestandola sulle nuove culture cibernetiche[2].
Tale collocazione rende l’impostazione di DeriveApprodi un ideale ponte fra le culture politiche passate e presenti, riprendendo alcuni temi e proponendone altri radicalmente nuovi, scaturiti dalle nuovi condizioni storico-economiche. Darne un’idea è difficile senza sacrificare la specificità dei singoli contributi, ma una mappatura di massima è possibile, premettendo che il suo carattere generale è una forte inclinazione alla analisi della sfera sociale nella sua specificità. La cultura politica prevalente dei partiti – non solo di sinistra – si è sempre più attestata a cavallo fra le istituzioni, l’ambito propriamente partitico, e l’economia in senso classico. Così che i linguaggi prevalenti sono divenuti il gergo giuridico (per le istituzioni), l’analisi politologica (per il mondo dei partiti) e il calcolo economico[3]. Ciò deriva dal progressivo inserimento delle forze ex-comuniste nell’arco istituzionale, in modo da creare un ambito di riferimento condiviso, quello appunto degli apparati istituzionali, processo già in certa misura anticipato sul piano politico dal PCI di Berlinguer. DeriveApprodi riprende invece i temi di quella sinistra più lontana dai partiti e dagli ambiti ufficiali, più favorevole alle forme di socialità organizzate dal basso. Perciò la rivista predilige temi più “ai margini” del discorso politico ufficiale: il lavoro e le nuove forme di conflitto sociale, le migrazioni, i movimenti di base, femminismo, ecc. Posizioni che potremmo definire “antagonisti” e “autonomi”[4].

Un elemento fortemente caratterizzante è la vicinanza ad alcuni temi della filosofia contemporanea: il poststrutturalismo di Foucault che da Deleueze e Guettari arriva fino al celebre libro di A. Negri e M. Hardt, Impero[5]. Si disegna quindi un itinerario che vede la progressiva riaffermazione di tali temi filosofici in chiave politico-movimentistica alla fine degli anni Novanta, fino a riallacciarsi con l’eredita dei Sessanta - Settanta. Quasi miracolosamente, il popolo di Seattle sembra l’incarnazione studiata a tavolino della moltitudine di Negri[6], concetto al centro dell’elaborazione dello studioso da diversi anni, che DeriveApprodi riprende con fervore: “Spesso evocata negli anni precedenti, anche da queste pagine, la moltitudine aveva cessato di essere parola chiave di un gergo esoterico […] e aveva mostrato, nella luce accecante di un evento, uno dei suoi possibili volti politici” (DeriveApprodi n. 22, novembre 2002, p. 2, a proposito del G8 di Genova 2001; corsivi nell’originale).

Va precisato che il taglio della rivista è concreto, politico, non filosofico; ma in certi passaggi si avverte la forza di un’elaborazione intellettuale più forte di una semplice base di diritti umani, pacifismo e antiglobalismo economico. Pare a chi scrive, infatti, che se la linea di DeriveApprodi manifesti una certa vicinanza al pensiero di Impero, ne riprenda il rigore e la lucidità ma si discosti dall’impianto un poco paleo-marxista che ancora esso possiede. E che non si può che considerare il superamento di una strettoia logica del celebre saggio: come conciliare una visione del non-territorializzato, non-unificato (tali i caratteri attribuiti sia all’Impero che al suo avversario, la moltitudine) con la sintesi teorica? Pare d’obbligo abbandonare la pretesa di un’unificazione filosofico concettuale, lasciare Marx (la centralità della struttura economica) per Baudrillard, Foucault e Deleuze (con una pluralità di linguaggi e prospettive nelle quali tale centralità, appunto, si perde).
Rimane quindi da esplorare le varie prospettive dando voce ai più disparati punti di vista; esattamente quello che la rivista ha fatto negli ultimi tre numeri con una serie di interviste e interventi di attivisti, ricercatori e collettivi dei movimenti globali.

Recensione - DERIVEAPPRODI 2002: I MOVIMENTI D’EUROPA

NOTE
[1] Indichiamo con consapevole incompletezza gli eventi che hanno manifestato all’opinione pubblica mondiale la forza dei nuovi movimenti disvelatesi nell’ampiezza della protesta di piazza contro la Conferenza ministeriale del WTO di Seattle (dicembre 1999), il G8 di Genova (estate 2001), e nella partecipazione al Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre (Brasile, 2001).
[2] Si veda la presentazione sul sito della rivista (http://www.deriveapprodi.org/estesa_rivista.php?id=75), che ne mette in luce i presupposti filosofico-metodologci.
[3] Tale analisi risulta troppo affrettata per essere del tutto esatta, ma non pare eccessivamente distorsiva. Pensando alle prese di posizione, ai dibattiti, ai commenti di ambito politico è abbastanza evidente che se non si ragiona sulla dialettica delle alleanze, scissioni, sigle ecc. si spazia dall’abito istituzionale (competenze degli enti locali, sentenze della Corte Costituzionale, Corte dei Conti e Consiglio di Stato, e simili) all’economicismo (competitività, crescita economica magari declinandoli nei problemi delle famiglie che “faticano ad arrivare a fine mese”, per dare una sfumatura più sociale).
[4] Termini che andrebbero intesi nei significati originari, risalenti appunto, ai “vecchi” movimenti. Oggi, soffocati dall’egemonia neocapitalista e privi dei propri termini di riferimento (autonomi/antagonisti rispetto a cosa?) significano assai poco.
[5] Lo strutturalismo è un filone della filosofia francese degli anni ‘50-‘60 che riprendendo i metodi dell’antropologo Claude Levi-Strauss li ha riproposti anche per la psicologia e il pensiero politico. Dopo aver avuto un enorme successo nella critica letteraria e in ambiti simili, ha subito un certo riflusso negli ultimi anni; nel tentativo di superare i limiti del linguaggio, ibridandosi con pensiero femminista e postmodernista (Lyotard) tende ad assumere una certa oscurità che, oltre alla dichiarata ostilità delle filosofie più vicine alla scienza, ha forse avuto un qualche ruolo nel suo declino. Nei suoi sviluppi ulteriori viene spesso chiamato poststutturalismo, ma su cosa consista esattamente questa variante non c’è accordo.
[6] Negri riprende il concetto dal filosofo olandese del Seicento Baruch Spinoza; con esso designa una pluralità di soggetti che – al contrario del “popolo” – non ha una unificazione sotto l’ombrello di uno stato-nazione. Tale carattere di “anarchia” sarebbe elemento positivo di antiautoritarismo.