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SATYAGRAHA
Il metodo nonviolento per trascendere i conflitti e costruire la Pace

Abstract
: dal 2002 il panorama editoriale italiano si è arricchito di una pubblicazione che trattando di pace e guerra offre un punto di vista critico ed anticonformista, e colma una lacuna nella cultura nazionale, per molti versi paradossale. Si tratta di Satyagraha, una lettura obbligata per tutti coloro che intendono guardare alle relazioni internazionali con uno sguardo lucido ma radicato negli ideali della nonviolenza.


Testo
Forse mai come in questi ultimi anni, salvo il periodo della seconda guerra mondiale e i momenti più caldi della guerra fredda, si è registrato un dibattito pubblico così intenso e pervasivo sui temi della pace e sul conflitto e sulle loro ragioni. Al centro dell’attenzione rimane l’Iraq, non senza però che si affronti il problema in termini un po’ più generali[1].
In ambito italiano ci si trova tuttavia in una situazione paradossale, la cui natura è visibile tanto nelle ragioni accampate, rispettivamente, dai sostenitori della “guerra preventiva” e dai loro oppositori, quanto nella loro identità.
Il punto centrale è che in Italia, nonostante la presenza radicata di un movimento e una tradizione[2] pacifista sostenuta da un forte consenso intellettuale, e l’imponenza delle adesioni alle mobilitazioni contro la guerra nel 2003[3], gli studi accademici più vicini ad essi non si sono affermati, determinando un ritardo rispetto ad altri paesi – Usa, Norvegia, ecc. – di circa cinquanta anni. Questi, i cosiddetti peace studies (studi sulla pace)[4], finalmente introdotti negli atenei italiani solo negli ultimi anni, si dedicano all’analisi delle varie tipologie di conflitto nella ricerca di modelli teorici utili allo loro risoluzione nonviolenta, mettendo enfasi sulla partecipazione popolare, sulla prevenzione (eliminazione delle premesse attraverso rapporti di giustizia fra popoli e comunità) e sul dialogo. Il modello più forte rimane quello dell’opera teorica e pratica di Gandhi. E proprio di ambito gandhiano è il termine Satyagraha; come si legge sul retro della copertina dell’omonima rivista,

Sat è l’essere; Satya è la verità intesa non come dogma da imporre, ma come ricerca, tensione verso l’autenticità dell’Essere; Agraha è la fermezza nell’agire per l’affermazione della verità, Satyagraha indica, quindi, il potere della nonviolenza che agisce nei conflitti per trasformarli e trascenderli verso realtà di Pace.

Satyagraha è promossa dal Centro Gandhi di Pisa[5] e dal Centro interdipartimentale per la Pace dell’università di Pisa[6], per essere uno strumento di approfondimento e formazione di questa disciplina; destinatari non sono solo gli studiosi e gli studenti, ma tutti coloro che siano interessati a un’impostazione in cui la carica di idealità e utopia non appanni il rigore delle analisi. Lo stile è in genere piuttosto trasparente e comprensibile, seguendo anche in questo il carattere partecipativo e coinvolgente suggerito dai peace studies.
Il modello teorico è molto incline alla multidisciplinarietà, sfuggendo tanto da un’impostazione strettamente politologica (storia dei movimenti e delle idee politiche, storia dei partiti, sistemi elettorali e simili) quanto da una visione eccessivamente giuridica (diritto internazionale, diritti umani), molto incisiva ma poco costruttiva.
Si può capire meglio lo spirito degli studi sulla pace paragonandolo con la disciplina a loro affine, ma con un’orientamento assai più conservatore: gli studi strategici[7]. Questi ultimi si caratterizzano per la loro vicinanza agli ambienti militari, per un’impostazione portata alla difesa degli interessi nazionali, al realismo politico (disponibilità all’uso della forza nella gestione delle crisi) e a concentrarsi sul ruolo degli stati (concretamente, l’esercito, e i ministeri di Esteri e Difesa quali apparati operativi deputati alla politica estera).
Gli studi sulla pace, invece, sono vicini ai movimenti pacifisti popolari, e tendenti a enfatizzare i diritti universali, a prescrivere la violenza a favore di azioni collettive nonviolente (disobbedienza civile, manifestazioni), e in generale si rivolgono preferenzialmente alle esperienze di dialogo e convivenza di base.
L’anomalia del dibattito consiste nella contrapposizione di cultori di studi strategici quali “esperti”, che nelle loro argomentazioni affermano implicitamente i presupposti citati (militarismo, interessi nazionali, centralità statale/militare, ecc.), a militanti pacifisti privi di una legittimazione accademica ai quali si riconoscerà, nel migliore dei casi, l’altezza degli ideali – begli ideali destinati però a cedere di fronte ad una analisi “seria” dell’esperto militare, cui compete una valutazione “lucida” e dura, della realtà[8].
È questo scenario che i peace studies dovrebbero tendenzialmente mutare, riconducendo le opposte valutazioni a divergenze di analisi, rispetto all’incomunicabile contrapporsi di valori astratti da un lato e realismo tecnico dall’altro.

NOTE
[1] I motivi di tale priorità della situazione irachena sono evidenti: oltre al coinvolgimento di truppe italiane sul campo, con una subalternità al potente alleato statunitense piuttosto ambigua, e la testimonianza di movimenti di volontariato presenti sul territorio da anni, (si veda www.unponteper.it ) va aggiunto lo stillicidio quotidiano di vite umane, che al momento (dicembre 2004) non accenna ad arrestarsi.
[2] Si dovrà citare almeno i maggiori dei protagonisti di tale tradizione, la cui testimonianza è tuttora assai viva: Aldo Capitini (1899-1968), filosofo, scrittore e pedagogista perugino; Danilo Dolci (1924-1997), attivista politico e educatore, distintosi per la sua attività nonviolenta contro la mafia siciliana; Giorgio La Pira (1904-1977), famoso sindaco di Firenze. Senza contare tutti coloro che, pur non essendosi dedicati esplicitamente ai temi della nonviolenza, l’hanno affermata con la loro attività intellettuale e umana: padre Balducci, don Milani, ecc.
[3] Si può ricordare la manifestazione mondiale del 15 febbraio 2003, che ebbe luogo in molte città del mondo con la partecipazione – secondo la CNN – di 110 milioni di persone. In Italia l’opposizione alla guerra, come indicato da tutti i sondaggi, ha raggiunto percentuali plebiscitarie.
[4] Per una introduzione generale della tematica si veda l’articolo di R. Altieri, disponibile al seguente indirizzo: http://pace.unipi.it/pubblicazioni/articoli/altieri.it
[5] Si veda http://pdpace.interfree.it , dove è disponibile una presentazione della rivista, il sommario di quasi tutti i numeri finora usciti e alcuni articoli in forma integrale.
[6] Si veda http://pace.unipi.it
[7] Su questo filone di studi, che già nel nome mostra la sua prossimità all’ambito militare, abbondante materiale su questo si può trovare su www.cespi.it e su www.astrid.difesa.it , con molti articoli on-line. Figure ben conosciute dal pubblico televisivo che in molti modi ne rieccheggiano le posizioni e lo stile intellettuale sono Andrea Nativi e il politologo statunitense Edward Luttwack.
[8] Il modello non cambia molto se nei dibattiti le parti della pace vengono sostenute da figure assai schierate politicamente: in tal caso gli ideali “pacifisti” vengono facilmente ricondotti all’ideologia politica, la cui valutazione spazierà dalla condiscendenza ( “bei valori, ma la realtà è un’altra cosa”) all’aperto disprezzo.