Arte dei Popoli
di Leonardo Masi
Articoli della Rubrica
Introduzione
Sul museo Quai Branly (C. Palermo)
Trois auteurs français et l’Italie (N. GOBENECAUX)
Billet sur la chanson française (S. GOBENCEAUX)
Chiara PALERMO: "Sebastião Salgado Territoires et vies"
Les pages manquantes (A. GOBENCEAUX)
Recensione Chiedilo al pilota (M. Bortolon)
Recensione Salvo complicazioni (M. Bortolon)
Alcuni appunti per una discoteca poliglotta (Masi)
Ultimi film di De Oliveira (Masi)
Concretizzazioni
(Palumbo)
Le grandi opere d'arte sono universali. Quasi tutti sottoscriverebbero tale affermazione, almeno in teoria; come negare la portata universale del Faust di Goethe (forse l'europeo più tradotto negli altri continenti, a parte Omero e la Bibbia), dei drammi shakespeariani, di Joyce e Dante?
I problemi sorgono un po' dopo, quando si cerca di definire con precisione cosa è universale e cosa non lo è. Se si chiede ad un "addetto ai lavori" di fare una lista dei più grandi dieci scrittori dell'Occidente, questi probabilmente esiterà, prenderà tempo, e cercherà sostanzialmente di non rispondere. Al massimo ne citerà qualcuno, i sommi, aggiungendone un paio e premurandosi di dire che si tratta solo di una preferenza personale. Determinare il valore artistico di qualunque cosa è sempre stata impresa gravida di dubbi e litigi, con velenose affermazioni e prese di posizione ideologiche. Che oggi risulta operazione particolarmente difficoltosa. Ma perché?
È abbastanza intuitivo il fatto, ormai riconosciuto, che il gusto dello stile si evolve nel tempo, al pari dell'abbigliamento e delle abitudini culinarie. Il complesso, articolato fraseggio di Boccaccio lasciava tiepidi- se non disgustati- gli illuministi, i quali volevano invece un periodare più chiaro e limpido che riflettesse la naturale razionalità del pensiero. Questo perché il grande scrittore medievale era ancora molto legato al latino, ricco di subordinate elegantemente organizzate in periodi lunghi. Il Settecento, invece, preferiva frasi brevi e più facilmente comprensibili. Il gusto era cambiato. Quando la critica letteraria ne prese atto, capì che doveva rinunciare a stabilire norma estetiche universali, valide per ciascun tempo e luogo. La prima grande fase di tale processo fu il Romanticismo: i teorici precedenti presumevano che la perfezione formale potesse essere raggiunta grazie alla scrupolosa obbedienza di criteri oggettivi. I romantici, valorizzando di più l'individualismo e l'originalità personale, introdussero un elemento di relativismo storico che rivaluto, fra l'altro, la letteratura popolare, prima disprezzata come robaccia inutile.

Nonostante questo si continuava a pensare che alcune opere fossero meglio di altre, in maniera da avere un canone più variegato e meno angusto ma sempre basato sull'eccellenza. Si ammetteva la pluralità dei criteri estetici. Il passo ulteriore fu che se uno standard estetico non valeva in assoluto, allora non aveva senso avere criteri estetici. Fra tutte le culture del mondo, quella occidentale è stata forse la più dinamica nel rinnegare la tradizione precedente e nell'innovare con altre forme: il Rococò sostituisce il Barocco; il Rinascimento dipinge l'età precedente come barbara e incolta, innovando gli stili artistici; il Romanticismo sottolinea il distacco con l'odiato Illuminismo, e così via. Ma le Avanguardie andarono oltre: in esse lo sforzo di innovazione, col violento rigetto di tutto ciò che precede, si trasforma infine nella coscienza che, data l'impossibilità di raggiungere un qualche assoluto, è inutile innovare. Così non rimangono altro che i gusti individuali, e un consenso sociale ad essi legato. Su questa via, infatti, il Postmoderno rivaluterà i prodotti popolari e seriali, chiaramente commerciali. Una generazione prima i critici non avevano dubbi sul fatto che si trattasse di roba mediocre e scontata, decisamente di basso livello. Negli anni '50 e '60 il clima era decisamente cambiato.
Sul piano letterario era sempre esistito un canone, cioè una lista di opere eccellenti di valore riconosciuto. Nel nuovo contesto novecentesco si guarda a simili tentativi non solo con scetticismo, ma con sospetto critico. Si è autorevolmente sostenuto che un criterio estetico oggettivo nasconde sempre valori non estetici, anche sociali e politici: l'armonioso ordine e la raffinatezza del verso di Racine nascono dalla visione aristocratica e autocratica di Luigi XIV (o meglio dalla sua età).Perciò proporre un canone di opere è un'operazione che può attirarsi polemiche politiche!
Simili questioni possono sembrare affare di piccole élite culturali di critici letterari, ed effettivamente simili dibattiti spesso lo sono. Ma la cosa cambia quando si tratta di stabilire programmi scolastici e universitari, quando dalla sfera del gusto personale si passa a quello della lettura coatta.

In Europa tali dibattiti hanno un impulso scarso, dato che in ogni nazione c'è un consenso generalizzato sui "grandi": Dante in Italia, Shakespeare in Inghilterra, Goethe in Germania, ecc. Nessuno di questi verrebbe mai messo in questione. Negli USA, invece, paese molto più multietnico, i programmi scolastici sono argomento molto più rovente. Oltre alla maggiore pluralità culturale c'è anche un minore peso della tradizione, ed il canone appare più fondato sui valori del presente che sulla serena registrazione della tradizione del passato.
Il dibattito sul canone è stato uno dei maggiori eventi degli anni '90 negli ambienti della critica letteraria nordamericana, stimolati dal basso (cioè dagli studenti stessi). Di fronte ai consueti programmi di letture incentrate sulla tradizione europeo-occidentale vi sono state richieste di riscoprire le letterature delle comunità di colore, delle donne, degli immigrati, ecc. I conservatori, sostenitori del canone WASP, commentarono scandalizzati che si cercava più la politica riflessa nella letteratura che la letteratura in sé. Gli si rispose che il concetto di "letteratura in sé" è già un (implicito) atto politico in favore, appunto, della componente WASP della cultura americana. Posizioni, queste, non solo sostenute con forte convinzione nei dibattiti dalle nuove scuole critiche, in riviste e convegni, ma anche dagli studenti di Stanford che organizzarono cortei, volantinaggi, slogan di sapore ribellistico e provocatorio. Ottenendo otto liste diverse di letture da scegliere rispetto a quella unica, precedentemente obbligatoria.
Probabilmente il dibattito non può essere risolto pensando solo al valore estetico dei testi, ma entrando in altre questioni: il ruolo dell'università, cosa è necessario per la formazione individuale, se si può parlare di un'identità nazionale meno monolitica, ecc. Insomma: il discorso sulla letteratura è un discorso sulla società.
Ma non tutte le società sono uguali. In Europa critiche tanto radicali alla tradizione letteraria non sarebbero accettate: difficilmente i letterati italiani, per esempio, accetterebbero di sacrificare l'amato Pascoli o Carducci (che fuori d'Italia nessuno conosce). Pare che da questa parte dell'Atlantico le incursioni nel multiculturalismo siano più delle aggiunte che delle sostituzioni. Nonostante la europeizzazione in corso, nonché la asserita necessità di diventare "globali", difficilmente sentiremo slogan simili a quelli dei cortei studenteschi all'Università di Stanford (al grido di "Hey hey, ho, ho, Wester's culture's got to go" ["la cultura occidentale deve andarsene"] ).

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