Mito d'Europa
di Samuele Calzone
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Popoli e culture da sempre hanno i loro miti. Nessuna società a noi nota ne è priva, fra le centinaia e migliaia che hanno popolato il pianeta nei millenni; a parte, forse (ma la tesi è molto dubbia), la nostra.
Il dubbio, si può dire, è la norma, in quanto nello studio dei miti le incertezze e i disaccordi fra gli esperti sono assai numerosi, anche più di quanto non accada nei campi (già paurosamente controversi) della letteratura e della storia delle religioni. Alcuni punti fermi si possono trovare. Il mito (che in greco vuol dire parola, discorso) è una narrazione che svolge diverse funzioni: conoscitiva, sociale, sacrale. Ma già a questo livello è possibile fare delle obbiezioni…
La cultura occidentale ha alle sue basi due grandi serbatoi di miti: la Bibbia e i vari scritti della civiltà greca (i poemi omerici[1] e le tragedie[2], soprattutto). I loro personaggi, vicende, situazioni ricorrono in tutta la sua storia (si pensi alla produzione letteraria, artistica, cinematografica, ecc., molto popolate di svariati Ulisse, Mosè, il diluvio, Cristo, l’Apocalisse fino ad oggi), specialmente nel periodo più fortemente dominato dal cristianesimo.
Il Medioevo viene considerato in effetti il periodo più marcatamente cristiano dell’Europa, fra la fine dell’impero romano e il sorgere della modernità secolarizzata. Ma anche in questo esistono influssi di vario genere: dal mondo dell’Islam e dalle culture non ancora pienamente cristianizzate (pare che Tristano derivi da una sorta di dio celtico).
Con il Rinascimento si avviò un duplice processo: la lettura più attenta e critica delle fonti classiche (greche e romane) antiche portò ad un uso abnorme di riferimenti mitici, i cui significati erano fortemente codificati: Ercole come forza, Poseidone come tempesta, e simili. Curiosamente, mentre nel mondo cattolico ciò avvenne per le figure classiche, in quello protestante fu la Bibbia a venire saccheggiata; fattore che resiste molto nella cultura statunitense.
Il secondo fenomeno che ebbe avvio col Rinascimento fu la tendenza a nuovi miti antropocentrici. Sotto i colpi della secolarizzazione[3], la società si emancipava sempre più dalla religione, mettendo al centro l’uomo. Faust e don Giovanni sono forse le figure più tipiche, in quanto entrambi rivendicano un primato nei confronti del divino: conoscitivo il primo, morale il secondo[4].

È utile introdurre una distinzione: fra mito etnico-religioso e mito letterario. Il primo è universale: anche nelle più sperdute popolazioni amazzoniche – le più isolate del mondo - vi sono racconti che spiegano come è nato il mondo, cos’è l’uomo, cosa sono il bene e il male. Eroi, dei, demoni hanno una parte anche più importante degli uomini (la cui creazione può essere tanto frutto di bontà che di malvagità o semplicemente di un errore inintenzionale). È evidente la funzione, oltre che quella – diremmo oggi – “scientifica”, sociale e sacrale: la gerarchia e i ruoli del gruppo sono spiegati e legittimati. Si parla di mito letterario quando più che per la sua capacità esplicativa il racconto viene usato per la sua forza estetica. In questo caso, di solito, c’è un autore ben preciso, invece di essere anonimo: i racconti della creazione del mondo degli aborigeni australiani non hanno autore.
Il mito, in questo caso, può tanto riciclare materiale della tradizione religiosa quando inventare figure e situazioni completamente innovative. Si ha quindi il passaggio da una forte influenza del gruppo sociale – la tradizione – ad una sostanziale libertà dell’estro creativo dell’autore. Ma – qui emergono le incertezze accennate all’inizio – si tratta sempre di miti? Non è forse meglio usare una parola diversa per i personaggi di uno scrittore moderno (per quanto “mitici”) rispetto ai racconti di come un dio ha creato il mondo, raccontato di notte attorno al fuoco?
E poi – interrogativo ancora più spinoso – cos’è un mito? Una situazione, un personaggio, un oggetto? È Sigfrido[5] ad essere un mito, o la sua invulnerabilità, piuttosto? O magari la sua spada? Il rischio di inflazione, di qualificare come “mito” tutto ciò che di fatto ricorre nella letteratura, è un pienamente reale.

Di certo la nostra epoca subisce fortemente il fascino del mito. Un fenomeno di rilievo è stato, nella tarda modernità, la scoperta di patrimoni mitici non europei: il romanticismo, esaltando le saghe antiche e le fiabe quali espressioni del “genuino” sentire popolare (mentre invece la società industrializzata veniva considerata gretta e antipoetica) aveva riscoperto non solo tradizioni europee ritenute minori o marginali (l’epica medievale tedesca e francese; i cicli celtici) ma anche indiane[6]. Tutto ciò si contrapponeva al dominante stile realistico (dal tardo settecento inglese al romanzo europeo ottocentesco: Balzac, Zola, Manzoni, Dickens). Nel novecento il ritorno al mito fu massiccio, avvantaggiato dall’incremento delle ricerche antropologiche, che portarono alla luce ogni sorta di esoteriche stranezze (leggende americane precolombiane, scite, africane, eschimesi, giapponesi, australiane…).
Una delle scuole che più hanno contribuito a questo processo è stata quella dello psicanalista svizzero Gustav Jung[7]. Il fascino dei miti consisteva certo nel possibile riferimento a figure e simbologie affascinanti, senza però che si pretendesse più di ritenerli “veri”: nell’epoca del treno e del vapore non si credeva più all’invulnerabilità di Sigfrido. Tuttavia il loro ostinato ricorrere pareva suggerire che essi contenessero una qualche forma di verità, al di là del valore puramente estetico. Jung ricondusse tale verità all’interiorità dell’uomo: i miti sono proiezioni di emozioni, sentimenti, paure e desideri che si fanno racconti; l’interiorità che a suo modo si “oggettivizza”. Nei suoi studi egli ritiene che alcuni simboli siano universali, che cioè abbiano un fondamento nella stessa natura dell’uomo, per cui il loro studio sarebbe della massima importanza per approfondire la conoscenza dell’umanità. Ovviamente questa teoria (detta dell’ “inconscio collettivo[8]”) è stata attaccata in ogni modo, ma nessuno ha più dubitato che i miti siano molto di più che buffi racconti scaturiti da menti primitive. Essi ritornano con grande frequenza nella letteratura novecentesca, così come nel cinema, nel teatro, ecc. E il punto più saliente è che lo scrittore contemporaneo ne fa un uso consapevole: lo adotta cioè in quanto schema narrativo che, in qualche modo, parla della natura profonda dell’uomo. Così come il riprendere la figura di Ulisse diventa un modo per parlare della sete di conoscenza come tendenza universale.

Resta da appurare se è vero – come accennato all’inizio – che, a parte l’arte, la società contemporanea sia immune dal mito. E pur forzando un po’ i termini del discorso si può dare una risposta negativa. E non tanto perché chi pensava che scienza, tecnica e razionalità avrebbero mandato presto le religioni in soffitta si è sbagliato in modo veramente spettacolare – anche se queste, in effetti si sono un po’ spogliate della veste stregonesca per abbracciare l’etica e il sociale. Ma soprattutto perché l’immaginario contemporaneo è percorso da forti figure dalla consistenza “mitica”; si pensi ai valori celebrati nell’ufficialità: la Democrazia, i Diritti Umani, la Nazione, il Libero Mercato; un tempo era il Progresso, la Razza e il Proletariato ad andare per la maggiore. É un po’ come se gli stressi strumenti che secondo i razionalisti avrebbero scacciato miti e religioni dalla porta li avessero fatto rientrare dalla finestra. L’Occidente non può pretendere di essere troppo differente dalle altre civiltà umane.Gli stessi ideali della modernità laica – inclusi Scienza e Tecnica- inducono fede, entusiasmi, devozione al pari degli antichi culti. È molto difficile che una qualsiasi cultura possa estirpare tutto ciò dalla natura umana. E forse – in fondo - non è neanche più desiderabile.


NOTE

1- L’Iliade e l’Odissea sono attribuite al cantore cieco Omero; la loro datazione si colloca fra il 1200-800 a. C. Anche il fatto che l’autore sia la stessa persona è argomento di disputa.
2- Le 32 tragedie tramandateci furono composte da tre autori: Eschilo, Sofocle e Euripide, tutti vissuti nel V secolo a. C. Spesso i drammi trattavano vicende e personaggi già famosi al pubblico dell’epoca.
3- La storia del termine è assai interessante; esso indicava, in origine, il passaggio di proprietà– terreni, locali e simili – dalla chiesa allo stato. Poi venne usato per indicare il fatto che un numero crescente di attività – la filosofia, la biologia, la morale, ecc. – non erano più viste secondo un’ottica religiosa, dato che l’uomo ormai “adulto” non avrebbe più bisogno di spiegazioni emotive e irrazionali per spiegare il mondo. Sorprendentemente la cosa venne considerata positiva da alcuni teologi, che ritennero che l’uomo possa avere un rapporto con Dio più maturo e adulto se non è costretto a credervi da una filosofia razionale.
4- Faust – figura che visse nel XV secolo – fu reso famoso dall’opera di Goethe, ma esisteva già all’epoca di Shakespeare. La riduzione di don Giovanni al ruolo di insaziabile cacciatore di donne è una rozza deformazione popolare. Alle origini – ben prima di Mozart – egli è un empio che sfida la divinità.
5- Personaggio delle saghe germaniche, compare come guerriero invincibile nel Niebelungenlied.
6- Ciò è dovuto alla scoperta che le più antiche lingue dell’India sono imparentate con la maggior parte di quele europee. Da qui la nascito del bizzarro mito nazista della “razza ariana”: gli ariani erano un antico popolo che arrivò in India intorno al 1500 a.C.
7- C. G. Jung, psicoanalista svizzero, allievo del fondatore della disciplina Siegmund Freud, dette un’impronta meno scientista alla materia, accostando le sue analisi al mondo della letteratura, dell’arte, della cultura.
8- Nella teoria psicanalitica è chiamato inconscio quello che pur assente dai pensieri consapevoli e coscienti del’individuo si nasconde nel profondo della sua mente – senza che lui lo sappia! – e lo influenza uscendo allo scoperto di tanto in tanto.

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