Biblioforum è un progetto di lettura di testi che trattano della globalizzazione promosso dall'Associazione Culturale Pensiero Tascabile e dal Consiglio di Quartiere n. 6 Vingone-Giogoli del Comune di Scandicci (Firenze)

Regolamento del prestito

LISTA COMPLETA -
LEGGI LE SCHEDE -
LISTA PER ARGOMENTI
BETTINI R., Delenda America. Iperterrorismo islamista e anomia internazionale, Franco Angeli 2003

Fra i molti testi che, ricalcando la proiezione mediatica dell’ “emergenza terrorismo”, affrontano il tema di Al Qaeda e di movimenti affini [1], la maggior parte possiede un’impostazione improntata all’argomentazione politica e internazionalistica. Più inusuale un contributo, come il presente, di un sociologo, che utilizza nell’affrontare tali temi gli strumenti “scientifici” della propria disciplina; una proposta di “approccio sociologico [2]” che valutando con obbiettività le cause del problema, proponga anche modalità concrete di azione di contrasto.
Il volume si compone di quattro capitoli, dedicati, rispettivamente, all’escalation odierna del terrorismo, delle cause dell’ “iperterrorismo”, del possibile inquadramento dello stesso nella cornice teorica del libro di A. Negri e M. Hardt[3], del possibile contrasto nonviolento. Prendendo le mosse dalla nuova emergenza internazionale seguita all’11 settembre, l’autore designa col termine “iperterrorismo islamista [4]” la forma di terrorismo su base internazionale, con ideologia antioccidentale ed elementi religiosi-apocalittici [5], la cui azione si proietta tramite la risonanza mediatica, su scala globale. Contro tale minaccia i rimedi suggeriti dall’autore sono: contrasto fisico-militare (guerra e interventi di “polizia internazionale”), contrasto fisico interno (polizie nazionali), e contrasto critico nonviolento. Mentre ai primi due canali di contrasto è dedicato il secondo capitolo, l’ultimo tenta un approccio alla nonviolenza.


Il cuore della seconda sezione consiste nei seguenti punti: ricerca delle cause del terrorismo secondo la teoria di Durkheim dell’anomia e proposta di una sorta di universalismo penale. La tesi del sociologo francese E. Durkheim [6] spiegava la criminalità come iperstimolazione delle aspirazioni dei soggetti da parte della società industriale cui corrisponde, in assenza di mezzi legittimi di conseguirle, una rottura delle norme sociali. Bettini applica tale schema teorico all’islam nel contesto internazionale, confrontando le aspettative dei paesi musulmani nei confronti dello sviluppo economico ed umano coi loro bassissimi indici. Per quanto riguarda la risposta all’iperterrorismo, si propone uno spostamento del baricentro teorico dalla sociologia criminale alla sociologia del diritto penale: dalla centralità della ricerca delle cause alla priorità della definizione dei modi di prevenzione e repressione dei reti, avanzando valutazioni preventive sulla effettiva efficacia delle leggi [7]. A tale mutamento di paradigma dovrebbe corrispondere una vera e propria globalizzazione del diritto penale; istituto in cui si cerca di assumere tratti di pluralismo culturale, cercandone i presupposti in convergenze storico-amministrative (riconoscimento universale dei diritti umani, similitudini nelle procedure, ecc.), ma che molto onestamente si colloca in un’egemonia giuridica occidentale [8].

 

La sezione seguente risulta curiosamente a sé, piuttosto slegata dal percorso teorico del libro, quasi un saggio autosufficiente, consistendo in un critica della visione di Antonio Negri e Michael Hardt della globalizzazione; visione che sarebbe inadeguata per inquadrare i fenomeni terroristici [9]. In chiusura c’è un’apertura ai temi della nonviolenza, col richiamo all’educazione nonviolenta e a ai mezzi pacifici di risoluzione dei contrasti, segnalando possibili percorsi e inevitabili limiti strategici. Completa il volume una raccolta di discorsi di Bin Laden. Chi ha familiarità coi temi degli autori nonviolenti (oltre Gandhi, si segnala G. Sharp e J. Galtung) arrivando all’ultimo capitolo noterà una contraddizione nella linea argomentativa, al limite dello strabismo intellettuale. Risulta assai ardua la coesistenza all’interno dello stesso autore della difesa acritica della legalità in funzione antiterroristica e l’apprezzamento della visione nonviolenta. Ciò emerge, in prima istanza, dalla accettazione del terrorismo quale fenomeno delinquenziale e criminoso, anziché politico, il che presuppone una acritica legittimazione del potere militare/poliziesco occidentale, che risulta infatti immune da tale terminologia. E’ curioso infatti che manchi una definizione concettuale di “terrorismo”, lasciato all’intuizione comune [10]; carenza ancora più grave se si considera la strumentalità dell’universalismo penale proceduralista citato in favore di chi ad esso si oppone. La violenza internazionale degli stati, a quanto pare, sfugge tanto ad esso quanto alla definizione di terrorista. L’autore non pare minimamente sfiorato dal dubbio che la “controviolenza” statuale ecceda le sue reali necessità di contrasto, puntando anche – e soprattutto, si potrebbe sostenere – a forti interessi geopolitici ed economici.


Ed ogni volta che l’analisi si approssima ai limiti ed ai punti deboli dell’orientamento dominante, si include un riferimento al fondamentalismo islamista, quasi suggerendo l’impossibilità di una alternativa ragionevole. Tutto ciò, per quanto possa essere persuasivo – il numero di commentatori attestato su tali posizioni è invero assai ingente – è incompatibile coi principi di fondo della nonviolenza, che invece include una forte componente di autocritica, ascolto delle ragioni dell’altro e autocorrezione. Tratti che non paiono pesare molto nell’economia generale della trattazione. In sintesi, porre la sociologia al servizio della “guerra al terrorismo” può essere un’operazione intellettuale coerente e persuasiva – per quanto riguarda, in particolare, la ricerca delle cause del problema; arricchirne l’armamentario tirando in ballo la nonviolenza, no.

 

NOTE

[1] In opposizione alle varie forme di banalizzazione, si accenna – in parte in contrapposizione allo stesso testo di Bettini – alla ambiguità delle definizioni correnti, che invita ad un maggiore rigore terminologico: l'etichetta di “fondamentalista” o “integralista”, a parte la genesi cristiana (protestante la prima, cattolica la seconda), denota l'attitudine a trasferire con forte intensità e pervasività le norme religiose nella vita con propensioni verso l'intolleranza e al repressione, ma non include necessariamente l'uso sistematico della violenza, né tanto meno l'uso della forza all'esterno della propria area di riferimento. Per l'opinione dominante, a quanto pare, è inconcepibile che esistano forme di conservatorismo/fanatismo religioso indifferenti alle aggressioni contro l'occidente. Anche maggiormente problematico è il termine “terrorismo islamico”, che viene impiegato prevalentemente per i gruppi non legati ad una prospettiva nazionale.

[2] Vedi p.13 del testo di Bettini.

[3] A. Negri e M. Hardt, Impero , Rizzoli 2002.

[4] “Islamista” significa studioso dell'islam, ma nell'uso corrente ha sempre più designato gli appartenenti dei gruppi più religiosamente conservatori e apertamente combattivi. In questo senso si contrappone a “islamico”, che possiede invece un'accezione più ampia (e cioè legato all'islam).

[5] Da intendere “apocalittico” come legato ad un salda distinzione fra gli eletti (il bene) e i non eletti (il male); distinzione che religiosamente si proietta ad un giudizio della fine dei tempi, ma che nella pratica politica si concretizza nella legittimazione della violenza – anticipatoria, ossia preventiva rispetto a quella divina - verso chi è identificato con il male stesso.

[6] Émile Durkheim (1858-1917), influente sociologo francese che concentrò molti studi sul rapporto inividuo-società.

[7] Va specificato che la branca sociologica-criminologica criticata è di matrice prevalentemente statunitense, come la scuola economica di Chicago – nota come fulcro del neoliberismo – che per prima ha interpretato gli atti criminosi in chiave economica, dando molto risalto alla scelta individuale. Nessun accenno a quegli autori che riequilibrano il giudizio mettendo la legalità in questione sotto un punto di vista sociologico (si penso a M. Foucault). Ma molto citato è A. Negri.

[8] “Insomma, alternative al modello occidentale di diritto positivo, alla westrern legal tradition […], non sembrano ancora delinearsi all'orizzonte […]. Sembra, realisticamente, che tale tradition sia legittimata a suffragare la tesi di una perdurante, relativa egemonia culturale dei modelli giuridici occidentali […]”. (p. 61).

[9] Le osservazioni di Bettini vanno molto al di là di tale riepilogo, con un tono che lo scrivente non può che considerare inadeguato in un contributo che si presenti come “scientifico”: nominando “il carattere se non delirante certamente utopistico” (n. 14, p. 15) delle affermazioni del suddetto autore, definendo la sua proposta “macchinosa, talora vicina al delirio intellettuale” (p.72), e simili. Da notare anche che i passi citati sono costellati di un'aggettivazione impropriamente perentoria (improbabile, inammissibile, grave, ecc.), che appesantendo i passi citati non risulta di per sé più convincente.
[10] E all'arbitrio, potremmo aggiungere. Si noterà che nel campo terrorista viene chiamato in causa Arafat e i ribelli ceceni; ma non Sharon né Putin. Cercando una ratio in tali scelte che esuli dal semplice schieramento politico, sembra che carattere del terrorismo sia la clandestinità antistatuale. In tal caso, però, se Hamas arrivasse ad un qualche dicastero nell'Autorità Palestinese, supponiamo che tale definizione debba essere depennata…

Consulta il sito della casa editrice:

www.francoangeli.it


Leggi un'analisi del terrorismo alla luce del problema delle risorse:

http://www.aspoitalia.net/documenti/boccone/terrorismo.html

Leggi un approccio giuridico al terrorismo:

http://www.studiperlapace.it/view_news_html?news_id=20050219140025

Storia di un terrorismo sconosciuto: quello sionista

http://www.altremappe.org/TerrorismoIsraeliano.htm