L’affievolirsi della razionalità cui allude il titolo di questo libro – tratto dal nome della famosa incisione di Goya – non è un tema nuovo; è anzi argomento ricorrente nelle colonne dei commentatori di fatti d’attualità. Cronaca nera, singolari deviazioni dalle norme comunemente accettate, rilievo di eventi mediatici (dalla morte di Lady D. a Grande Fratello) che anche la stampa si sente in dovere di commentare: tutto diventa pretesto per denunciare la mancanza di razionalità nei comportamenti collettivi e individuali, legandola ora all’abbassamento del livello culturale generale, ora alla mancanza di cultura scientifica.
La questione viene affrontata dal gruppo chiamato Vision, proponendo a un insieme di svariate personalità – giornalisti, storici, sociologi, economisti, ecc - di sviluppare il tema secondo il proprio punto di vista professionale. Il breve saggio che precede gli interventi formula gli interrogativi a cui questi cercano di dare risposta, anche contraddicendo gli assunti che – in qualche modo – sono evidentemente condivisi dai proponenti.
Vision è un think-tank[1] formato da giovani professionisti attivi in vari settori pubblici e privati, un gruppo di studio su argomenti politico-sociali. Il suo profilo intellettuale pare fortemente orientato alla riflessione sui cambiamenti che attraversano la società industriale avanzata e alla proposta di soluzioni ai problemi che essi derivano; atteggiamento illuministico e utilitaristico (prevalenza dei problemi concreti più che corposa riflessione sulle loro cause) nei tre campi in cui si articola la loro attività: globalizzazione e democrazia ; tecnologie e società ; società e globalizzazione .
L' Introduzione [2] del volume formula il seguente interrogativo: esiste una crisi della fiducia nella ragione, nella sua possibilità di risolvere i problemi? Gli autori rispondono positivamente, chiamando in causa il ritorno del fondamentalismo aggressivo dello scenario geopolitico, i media e il crescente spezzettamento della conoscenza in specialismi che non comunicano. L'attacco alle Twin Towers viene interpretato come sintomo di un malessere generale che attraversa la società occidentale – vista la valenza “occidentalistica”, tecnologica e mediatica dell'avvenimento [3] – che manifesta la carenza di una visione globale dei problemi, surclassata da miopi specialismi e da una prospettiva temporale di estrema brevità (si pensi alla scarsa memoria dei media). Tutto ciò si genera da un mancato adattamento della razionalità al mutamento dell'ambiente che essa affronta: “i nuovi assetti economici e sociali che stiamo costruendo sulla base delle tecnologie informative […] hanno molto più bisogno [di ragione]. Essa, la ragione, deve aumentare e deve distribuirsi in maniera molto più capillare”.
Va dato atto che la riflessione di Vision riesce a mobilitare nell'insieme dei contributi prospettive davvero differenti, la cui diversità è del tutto costruttiva: da Giulietto Chiesa (giornalista legato ai movimenti sociali, critico del sistema attuale) a Gianni Riotta e Massimo Nava (collaboratori del Corriere della Sera), dal premio noboel per l'economia Amartya Sen allo studioso di neuroscienze Fabio Giommi, fino al cardinale Ersilio Tonini. Nell'impossibilità di commentare, anche sommariamente, i vari saggi, va fatta qualche osservazione sulla “cornice” del dibattito.
Abbiamo qualificato l'impostazione di Vision come illuministica e ultilitaristica; avremmo potuto egualmente aggiungere “pragmatica”, ed in senso stretto [4]; portata alla concretezza dell'esperienza, all'innovazione e allo sperimentalismo, in stile anglosassone. È proprio questo influsso statunitense che – pare di rilevare – costituisce il limite più evidente: la necessità di adeguare le strutture conoscitive e istituzionali ai mutamenti tecnici (che concorrono a creare quella che si è – piuttosto pomposamente – chiamata la “società dell'informazione”) pare presupporre la loro immodificabilità . L'eventualità che tali mutamenti derivino da decisioni intenzionali – scelte maturate in ambito politico o economico – non è contemplata, per non parlare della possibilità di impedirli o quantomeno correggerne alcuni aspetti.
Un'altra osservazione che può essere avanzata concerne il focalizzarsi dell'analisi unicamente sulle zone più tecnologiche e ricche del pianeta, trascurando le aree meno avanzate. Che le ricadute sociali e tecniche dell' “età dell'informazione” si pongano con particolare forza del mondo ricco occidentale, è un fatto; che le tensioni geopolitiche mondiali – cui si accenna nell'introduzione di Vision - possano trovare una soddisfacente soluzione pensando solo ai problemi di un quarto dell'umanità è più che dubbio.
Note
1. “Serbatoio di pensiero”. Si tende in generale a mantenere il termine inglese, in mancanza di un equivalente. Si tratta di una forma di associazionismo tipicamente anglosassone dedita allo studio di questioni politiche e problemi di attualità, differenziandosi quindi sia dai gruppi politici militanti, in cui prevale l'animazione politica e l'azione concreta, sia dall'associazionismo culturale, più rivolto all'arte. Il classico think-tank tende ad essere schierato e a fiancheggiare un partito politico o una qualche corrente di interessi, sostenendone le posizioni con la forsa delle proprie analisi.
Non è questo il caso di Vision, che si proclama “tenacemente, orgogliosamente, decisamente indipendente”.
2. Scritta da Fulvia D'Ippolito, Francesco Grillo, Marco Grasso.
3. Si allude alla padronanza dimostrata dagli autori dell'attentato di tecniche tipicamente occidentali, il che li rende – in qualche modo – parte di quel che vogliono distruggere.
4. Pragmatico significa, comunemente, orientato alla praticità e ai fatti concreti; la corrente filosofica – il Pragmatismo, appunto – da cui il termina deriva teorizza esplicitamente la superiorità del pensiero rivolto direttamente ai problemi pratici rispetto alla ricerca teorica astratta. Esponenti ne sono gli statunitensi J. Dewey e W. James.
Il sito della casa editrice Marsilio:
www.marsilioeditori.it
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www.vision-forum.org
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