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WARSCHAWSKI M. , "A precipizio. La crisi della società israeliana", Bollati Boringhieri 2004


Nessuna guerra è più centrale nell'odierno dibattito pubblico italiano (salvo, forse, l'Iraq [1]) del conflitto israeliano-palestinese; nessuna suscita una così intensa mobilitazione in termini di interventi pubblici, siti internet, manifestazioni di piazza, articoli e libri. Gli argomenti correntemente chiamati in causa appaiono, tuttavia, per lo più incentrati – o, per meglio dire, polarizzati – sull'occupazione israeliana (per quanto riguarda le posizioni filo-palestinesi) o sugli attentati kamikaze (sul versante opposto). Assai più rari sono i contributi, come il presente testo di Michel Warschawski che, nel tentativo di scavare nei problemi interni alle rispettive società ne offrono un vivo spaccato. In questo che si propone come un pamphlet scritto sull'onda degli eventi che hanno condotto negli ultimi anni al deteriorarsi della situazione, a partire dall'inizio della seconda Intifada[2].


Warschawski, militante storico della sinistra radicale israeliana da sempre impegnato nella militanza pacifista antisionista, intende affrontare il problema delle ricadute interne nella società israeliana della situazione degli ultimi anni, dando un giudizio piuttosto pessimistico.

Non c'è dubbio che i fatti che costituisco l'asse centrale del discorso riguardino gli ultimi quattro anni, quel crescendo di violenza che ha comportato l'intensificazione degli attentati (kamikaze) in Israele, la normalità della pratica delle “uccisioni mirate” extragiudiziarie di militanti palestinesi da parte dell'esercito israeliano, nonché la sistematica distruzione da parte dello stesso di infrastrutture civili come atti di ritorsione e vendetta. Ricercando a caldo le radici di tale processo la data considerata focale dall'autore non è l'inizio della seconda Intifada (28 ottobre 2000), ma il 5 novembre 1995: l'assassinio di Yitzhak Rabin . Con tale episodio si chiude, a suo parere, una fase di forte rinnovamento iniziata nel 1977 sul piano culturale, politico e sociale [3] tendente a ricercare una situazione del conflitto che porti ad una società normale, cioè non in guerra. Il nuovo corso, inaugurato dalla vittoria della destra dopo l'omicidio [4], fino all'elezione di Ariel Sharon, vede un crescente potere della destra religiosa e dell'esercito.

La tendenza principale che Warschawski pone in rilievo si può sintetizzare nel modo seguente: alla crescente disumanizzazione dell'altro (i palestinesi), che funziona da giustificazione della brutalità dell'esercito consegue la disumanizzazione dell'io (di Israele medesimo), col dilagare di violenza e arbitrio interni . Ciò si connette ad un tema assai significativo nella cultura ebraica, il linguaggio , che nell'analisi dell'attualità mostra tutto il suo risvolto negativo.

 

Disumanizzazione e perdita della parola vanno di pari passo: mentre il dialogo presuppone una base di accettazione reciproca e di mutuo riconoscimento – anche minimo, l'orientamento attuale di Israele, secondo l'autore, comporta un rapportarsi all'altro sostanzialmente non verbale. Una vera e propria perdita della parola, che lascia il posto alla violenza verso coloro che ormai non sono più che nemici, a prescindere dai loro comportamenti e dalle loro caratteristiche concrete. Così un intero popolo, racchiuso sotto il concetto – astratto – di “minaccia” diviene oggetto di ogni possibile abuso: dove si perde la parola, non può sussistere alcuna forma di diritto [5]. Ma “la violenza, come l'inquinamento, non si ferma alla Linea verde [6] ”. I comportamenti assunti come abitudinari dai soldati nei Territori si trasferiscono nella vita civile: crescita della violenza domestica e nelle scuole, di aggressioni e omicidi; violenza verbale nel dibattito pubblico, leggi ad personam, accettazione pubblica di pratiche contro lo stato di diritto (arresti extragiudiziari di cittadini israeliani, tortura, ecc).

 

Questo è il nocciolo duro dell'argomentazione, il cuore del problema di cui molti aspetti sono visti come anifestazione esterna: dal crescente influsso politico dell'esercito, al rilievo pubblico della destra religiosa e dei coloni; dalla censura “patriottica” degli studi accademici e nei media fino all'inquinamento della classe dirigente per pratiche di tangenti e malversazioni [7]. Alla cui visione del problema appartengono le prassi poste come soluzioni: il potere militare come deterrente (detenzione di armi nucleari) e la separazione – autosegregazione forzata (il muro). E alle cui finalità corrisponde il discorso ideologico legittimante: il prisma dell'antisemitismo come etichetta per rifiutare ogni critica [8], il nazionalismo esasperato e l'idea di una “guerra contro il terrorismo” avallata dall'orientamento internazionale dopo l'11 settembre 2001 [9].

Il libro, che ha ricevuto forti critiche dalle destre di tutta Europa, non è né potrebbe pretendere di essere – con le sue centoventi pagine – una trattazione completa della recente storia israeliana; perciò, il fatto che non si tratti degli attentati di Hamas, degli aspetti deteriori dell'Autorità palestinese e simili è una base di critica assai debole. Più fondata riteniamo sarebbe l'osservazione secondo cui Warschawski non è chiaro nel giudizio sulla famosa “parentesi liberale” (1977-95), dato che per molti versi l'attuale orientamento risulta il potenziamento di atteggiamenti già presenti prima del 1995. Più in particolare: se “il verme era nel frutto di Oslo”, cioè già le premesse del processo di pace iniziato nel 1993 erano assai negative, in cosa si colloca la discontinuità dell'omicidio di Rabin del 1995, e perché ne sarebbe stata avvertita la necessità? Il testo non lo dice con quella dovizia di particolari che sarebbe auspicabile, per capire meglio il giudizio di un militante - che è anche un acuto intellettuale – come Warschawski sul punto in cui la storia del conflitto ha deviato i suoi passi dalla pace. Se c'è mai stata una reale prospettiva di pace.


NOTE

1. Il flusso di notizie riguardante la guerra in Iraq – determinato dal sostegno politico dell'Italia all'invasione statunitense-britannica iniziata il 20 marzo 2003, nonché dalla diretta partecipazione delle truppe italiane al difficile “dopoguerra” – è sorto solo negli anni più recenti, ed è tuttora alimentato dal perdurante stato di instabilità e violenza di tale paese, che al momento (febbraio 2004) non accenna a placarsi.

2. È a partire dal 28 ottobre 2000 che si inaugura un nuovo ciclo di atti di brutalità nel conflitto, dopo il lungo intervallo del processo di Oslo (1993-2000). Tale fase, chiamata seconda intifada (dall'arabo “scuotimento”), non è ancora conclusa al momento attuale. Al di là del giudizio che si può dar della fase in corso – manifestazione di resistenza del popolo palestinese alla brutalità dell'occupazione per gli uni, manifesta mancanza di una reale volontà di pace dal parte degli stessi palestinesi per gli altri – pare indubbia l'intensificazione dei livelli di violenza da entrambe le parti, specialmente sulle vittime civili.

3. Fra le novità del periodo si segnalano le aperte critiche al sionismo nei media e nell'università, una nuova visibilità dei palestinesi nel dibattito pubblico, la rimessa in discussione dei miti fondatori dello stato ebraico da parte di una nova generazione di storici, ecc. Cfr. pp. 92-96.

4. Va ricordato che l'assassino di Rabin – ex generale e uomo politico di destra ma assolutamente inviso alle forze più conservatrici per aver accettato il processo di pace – era un militante dell'estrema destra religiosa.

5. Tanto gli episodi i violenza nei Territori – ampiamente documentati dalla stampa internazionale – quanto questa così singolare perdita del contatto con l'altro vengono illustrate nel testo sulla base di esperienze dirette; cfr. pp. 29-40, in specie pp. 37-39.

6. P. 36.
7. Su questo sconosciuto quanto inquietante aspetto, si veda il seguente articolo di A. Burg, presidente del parlamento israeliano dal 1999 al 2003, presidente dell'Agenzia Ebraica e deputato laburista: http://bellaciao.org/it/article.php3?id_article=775

8. Difesa particolarmente curiosa, quando diretta verso ebrei critici del sionismo.

9. Sul nazionalismo, va ricordato che il diritto da più parti rivendicato su tutto il territorio palestinese – inclusi i Territori occupati possiede un fondamento religioso, essendo quella regione promessa da Dio al suo popolo nell'Antico Testamento.


Il sito della casa editrice Bollati Boringhieri:
www.bollatiboringhieri.it

Consulta il sito dell'Alternative Information Center(in inglese), di cui Warschawski è condirettore http://www.alternativenews.org/