Quali i più urgenti problemi dell'umanità e come affrontarli; così si potrebbe sintetizzare il contenuto di questo testo del prolifico ricercatore Lester Brown, già assai familiare al pubblico italiano per i suoi contributi nei volumi annuali del Worldwatch Institute (di cui è stato fondatore nel lontano 1974).
Passati più di trenta anni dal primo rivoluzionario rapporto del Club di Roma, la saggistica di carattere ambientalista annovera ormai dozzine di titoli di vario taglio; si veda solo quelli pubblicati da Edizioni Ambiente negli ultimi anni ( Campi di battaglia di Shiva sulla biodiversità; Diritto all'ambiente di Santoloci sulla tutela giuridica; Esodo ambientale di Myers sulle migrazioni indotte dai mutamenti ambientali, ecc.).Con questo agile testo (scritto “anche per gli indaffarati che dispongono di poco tempo”) la biblioteca di saggistica ambientalista si arricchisce di un'analisi aggiornatissima e vibrante sui temi già sondati dai ricercatori in questi anni: l'esplosione demografica, la scarsità delle risorse, la desertificazione, il rapporto fra ambiente e conflitti, trattati con la metodologia interdisciplinare che sempre contraddistingue le analisi del Worldwatch Institute. Il tono, lucido e urgente, sembra trasmettere da sé l'urgenza di una inversione di rotta che è richiesta all'umanità attuale per evitare una crisi difficilmente reversibile.
Con un'importante introduzione di Gianfranco Bologna, il libro si compone di due parti: la prima espone i problemi, la seconda le possibili soluzioni; perché, data la vastità delle problematiche possiamo continuare a fare finta di niente (quello che Brown chiama “il piano A”) oppure cercare di porvi riparo: questo è il “piano B”. Il quale – ovviamente – non consiste in un prontuario di soluzioni già preconfezionate dall'autore, ma nella semplice volontà di elaborare possibili soluzioni. I capitoli sono dedicati, rispettivamente a: la penuria idrica; l'erosione dei suoli e il declino dell'agricoltura; il riscaldamento globale; il circolo miseria-fame-malattia (cioè l'AIDS; si tratta dell'Africa subsahariana); e i rimedi suggeriti consistono, sinteticamente: nel riequilibrio dell'uso dell'acqua fra agricoltura e altre necessità; nella preservazione del suolo; nel tagliare le emissioni di carbonio; nel mettere in pratica politiche sociali per favorire l'alfabetizzazione e il contenimento dell'aumento demografico.
A fronte della mole di studi e cifre, gettati addosso al lettore come pugni (una caratteristica tipica, pare, della saggistica militante di estrazione angloamericana) i punti fermi che più sembrano significativi a chi scrive sono i seguenti: il primo è che non l'ambiente fa parte dell'economia, ma l'economia parte dell'ambiente. Un concetto caro ad un altro grande maestro dell'ambientalismo contemporaneo, il tedesco Wolfgang Sachs quale lo ha espresso nelle opere collettive pubblicate della versione europea – così potremmo dire – del Worldwatch: il Wuppertal Institut; e quale lo abbiamo sentito dalla sua viva voce, col suo fluente italiano. Il secondo punto è la dimensione transdisciplinare dei problemi, che dalla sfera sanitaria (la pandemia AIDS, per esempio) debordano in quella economica (declino economico), sociale (analfabetismo diffuso), politica (scarsa coscienza dei diritti e della democrazia) e si rafforzano a vicenda. Esulando, naturalmente, dai confini nazionali e continentali.
Brown afferma la necessità e l'urgenza dei cambiamenti da operare a livello globale, segnalando che – secondo uno studio di M. Wackernagel – a partire dal 1980 l'umanità consuma più di quanto la natura non produca; a fine ani '90, consumeremmo circa il 20% oltre la capacità rigenerante dei sistemi naturali. Ed è su questo piano che è rilevabile il maggiore limite del testo. L'intento metateorico del libro pare essere quello di spingere sulla base della stessa gravità generale dei problemi al cambiamento ecologico. Ma la reazione di soddisfatto compiacimento con cui l'élite ha accolto il libro di Lomborg – una voce più che isolata che pretendeva di demistificare i “miti ambientalisti” – indurrebbe un più cauto pessimismo in merito: sarà difficile che i principali detentori del potere decisionale non possano ricorrere a studi più docilmente addomesticati su scala globale. Il che richiederebbe, forse, un'impostazione più puntualmente aderente all'incidenza delle ricadute ambientali in ambiti locali – declinata, quindi, su un piano più politico e confrontata con concrete lesioni di diritti umani (si veda i valori di V. Shiva), come in realtà è avvenuto per molte campagne mondiali. Senza nulla togliere allo scorrevole testo, più “globale”, di Lester Brown.
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