Per chi ha familiarità con la bibliografia di Massimo Fini non sarà troppo sorprendente se dopo i suoi scarni ma velenosi attacchi contro il denaro e la modernità (si veda La ragione aveva torto?, 1985; Il denaro “sterco del demonio” 1998; Il vizio oscuo dell'Occidente 2002, tutti editi da Marsilio) l'oggetto del nuovo, urticante pamphlet è nientemeno che la democrazia. Non, si badi, il suo stato attuale, immiserito e compresso da qualche fattore, come ormai si denuncia da più parti, portando sul banco degli imputati la globalizzazione, la telepolitica, l'omologazione ideologica dei partiti, ecc. No: la democrazia, già dalla nascita, è “ una finzione. Una parodia Un imbroglio. Una truffa” (P. 31. La sintesi, che riportiamo pudicamente in nota è precisamente “un modo per metterlo nel c*** alla gente col suo consenso”, ivi). Va premesso che l'autore non sostiene le ragioni del fascismo o di una qualche forma di dittatura, semmai si lascia sfuggire un qualche moto di simpatia per sistemi politici che – sembra suggerire – magari non sono molto migliori della democrazia, ma neanche peggiori come i liberali li dipingono: il feudalesimo e la monarchia ancien régime. In fondo – si soggiunge con una qualche eccessiva disinvoltura – sono tutti egualmente arbitrari.
La linea argomentativa di Fine segue – ci pare – due linee che ora si sovrappongono, ora si intrecciano, senza essere logicamente connesse: potrebbero benissimo sussistere separate. La prima, più coerente e logica, è una critica dell' idea di democrazia; la seconda, più eclatante e gustosa per il lettore – ma inevitabilmente più debole – è la critica della sua applicazione. Sull'idea di democrazia l'argomento principale si fonda sul fatto che essa non si basa su un qualche contenuto, ma prevalentemente su aspetti procedurali. Ma essendo nata con il liberalismo e la modernità, sono essi a costituire il suo contenuto portante. Ripescando aspetti del pensiero tradizionalista (si pensi a C. Schmitt), Fini ha buon gioco a criticare i loro aspetti deteriori: la prevalenza degli aspetti economico-mercantili, l'egemonia oligarchica, l'individualismo, la mediocrità del ceto politico, l'aumento delle ore di lavoro (sempre più alienante e insensato) rispetto alle società precapitalistiche, ecc. Si pone, brevemente, anche l'argomentazione ecologista dei limiti dello sviluppo. La connessione fra tali fenomeni e la democrazia non è problematizzata; dal tono generale nonché da passaggi vari pare che quest'ultima sia il risultato di una volontà di dominio (“Bisognava inventarsi una nuova favola. Fu chiamata democrazia”, p. 36). Ma non si approfondisce oltre.
La seconda linea argomentativa fa perno sulle imperfezioni dei sistemi politici vigenti (si parla molto dell'Italia di Berlusconi, ma puramente a titolo di esempio). La democrazia prevede (teoricamente) il voto libero e uguale; controllo dei governati sui rappresentanti eletti; trasparenza negli affari pubblici e rispetto delle procedure determinate; uguaglianza davanti alla legge e rifiuto della violenza intrastatale. Nella realtà, invece, il voto non è né libero né uguale, perché a fronte di masse di singoli cittadini, partiti e lobbies hanno buon gioco a piegare il consenso organizzandosi e scegliendo i candidati. Inoltre l'élite domina i mezzi di comunicazione che orientano il consenso. A ciò va aggiunto che il mantenimento delle promesse (in termini di leggi e atti di governo) è difficoltoso (entrano in gioco molti fattori), e a lunga scadenza (il cittadino comune non può riuscire a ricordarsi tante cose complesse a distanza magari di anni; chi si occupa di politica di professione è inevitabilmente di parte, giornalisti inclusi). Inoltre le decisioni vengono prese non nei luoghi ufficiali, ma in ristretti accordi sottobanco. Anche l'avvicendarsi dei partiti non vuol dire nulla: gli interessi trasversali (l'automantenimento dell'élite politica) sono sempre più forti del bene comune. Le elezioni, in sintesi, non servono che a dare la legittimità garantita da un consenso (manipolato) e l'illusione di una scelta. Niente di più. L'eguaglianza giuridica è finta, perché l'oligarchia si autotutela con leggi ad hoc che la difendono, tranne per quei reati (omicidio e simili) che non ha nessun bisogno di compiere.
Il punto centrale del testo, il perno della critica consiste nel confronto fra le società precapitaliste e quella democratico-moderna. Questo tratto ritorna con grande forza nell'ultima parte del libro, dove si cerca di indicare, seppur approssimativamente, come uscire dalla situazione presente; e dove, a nostro parere, si vedono con più evidenza i limiti della impostazione di Fini, che ha gioco facile a mostrare l'estremismo di Fukuyama (ideologo assurto a qualche notorietà per aver sostenuto dopo il 1989 che il capitalismo è l'apice della storia mondiale, tanto non solo da surclassare tutte le società del passato, ma da non consentire alcun miglioramento in futuro; sarebbe la fine della storia, insomma. L'adesione degli studiosi a tali affermazioni è stata piuttosto modesta), ma mostra minor acutezza sul piano propositivo. Le soluzioni sono diminuire il peso della Cultura rispetto alla Natura (cioè degli istinti rispetto alla tecnica) e ritornare alla terra (sic!). La prospettiva politica è la democrazia diretta (il riferimento è a quei movimenti – bioregionalismo e rivendicazioni identitarie – che in qualche modo propendono per l'autoconsumo e per forme di vita più semplici) , qualcosa di simile all'assemblea del villaggio dove i contadini non devono delegare il potere (e in cui le decisioni da prendere riguardino fatti più quotidiani e comuni, da non richiedere competenze specialistiche). Si intravede qui la valenza puramente antropologica dell'argomentazione: l'uomo moderno è indebolito e poco vitale, sradicato dalla terra e soffocato dal cemento. È fin troppo evidente quanto i termini di una simile proposta siano discutibili; né l'autore si aspetterà reazioni differenti da uno scritto evidentemente provocatorio – e dallo stile irresistibilmente facile e scorrevole. Ma un'obiezione che inevitabilmente si trae dai suoi “rimedi” non può che essere che proprio il pensiero illuminista (e ancor di più quello romantico) fu dedito tanto a fondare la critica del presente col confronto critico col passato quanto a fare guerra alla Cultura in nome della Natura. Proprio le forze intellettuali-ideologiche che hanno creato democrazia, liberalismo e modernità paiono essere le stesse a cui attingere per la loro critica.
Il sito della casa editrice Marsilio, che ha pubblicato le opere di M. Fini:
www.marsilioeditori.it
La rivista Diorama Letterario, raccolta attorno al politologo Marco Tarchi, porta avanti una critica anticapitalista molto simile a quella di M. Fini:
www.diorama.it
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