Chiunque in Italia sia interessato ad una informazione rigorosa e sintetica su ciò che accade nel mondo sa che il solo modo per farlo senza passare ore di fronte ad internet spulciando testi in diverse lingue è leggere la rivista Internazionale. Tale settimanale, che ha iniziato le pubblicazioni dal 1993 traduce articoli dalla stampa di tutto il mondo [1], o li riassume; egualmente utile è il “sunto” su ciò che è accaduto nel mondo nella settimana, le cui fonti spaziano dalle agenzie stampa ai quotidiani stranieri.
Per quanto minoritari, non mancano i contributi scritti appositamente per la rivista, prevalentemente da parte di corrispondenti stranieri. Fra questi la giornalista israeliana Amira Hass scrive un diario settimanale dedicato al conflitto Israele-Palestina; questo libro raccoglie tutti i suoi interventi, a partire dal febbraio 2001, fino al gennaio 2005. Si tratta di testi brevi (anche meno di una pagina), dal linguaggio semplice e diretto, facilmente leggibili da tutti. E che tutti, per varie ragioni, dovrebbero leggere.
Amira Hass, corrispondente per il quotidiano di Tel Aviv, Ha’aretz, è l’unica giornalista israeliana che per raccontare la guerra ha scelto di vivere a Ramallah, nei Territori Occupati che costituiscono il campo di battaglia. Figlia di sopravvissuti al giudeocidio nazista originari dell’est europeo, giornalista per passione [2], un’acuta sensibilità per i diritti violati; già queste caratteristiche ne fanno un personaggio eccezionale e renderebbero da sole interessante la lettura dei suoi articoli, anche quando essi fossero privi di qualità particolari.
E invece ne hanno.
La sua posizione nelle linee generali potrebbe definirsi filo-palestinese. Ma vista da vicino, la sua scrittura risulta molto diversa dalle prese di posizione politiche quali emergono – per esempio – negli appassionati, lucidi e diretti interventi di Edward Said [3]. O nelle acute analisi di un osservatore partecipe – anzi militante – come M. Warschawski [4]. Quello che più colpisce è l’assenza di riferimenti alla politica – ai vertici, alle posizioni dell’OLP o del Likoud – per concentrarsi sulla quotidianità delle persone; per lo più, ma non solo, palestinesi. La povertà, le faccende familiari (accompagnare i bambini, andare all’ospedale o ad un funerale), la difficoltà lavorative e quelle della vita di relazione amorosa, il regime di paura e insicurezza permanenti: tutto ciò viene debitamente registrato e narrato con sobrietà di stile, che fa ampio spazio alle opinioni espresse in prima persona (dal tassista israeliano favorevole al “trasferimento” dei palestinesi in Giordania all’arabo australiano che vorrebbe la cancellazione degli ebrei in blocco; dal militante palestinese che inveisce contro i kamikaze “perché non servono a nulla”, all’avvocato ebreo che lotta contro le demolizioni dell’esercito). Balza incontro al lettore l’individualità, l’umanità dei protagonisti con la propria rete di relazioni di vita, tutte toccate in modo lieve o devastante, dal perdurante stato di guerra.
Il centro dell’intento di A. Hass è di spezzare – o almeno incrinare – la separazione fra israeliani e palestinesi. Il controllo dell’esercito di Israele sui territori, con la conseguente limitazione degli spostamenti ha causato una separazione conoscitiva oltre che fisica: ciò che accade nei Territori è sconosciuto al cittadino medio israeliano, che percepisce l’altro solo nei termini dell’attentatore suicida o nella demonizzazione della Anp e di Arafat. E viceversa [5]. In questo modo il lettore viene calato nel vivo del tessuto quotidiano del conflitto, di cui scoppiano le contraddizioni: accanto al soldato che maltratta i civili inermi emergono i refusnik (cui è dedicato il libro), cioè i militari che sentono la contraddizione fra la brutale occupazione dei Territori e i diritti umani; accanto al militante fondamentalista emergono coloro che ammetto, sì, la corruzione della Anp, il nepotismo, la miope e crudele inutilità degli attacchi suicidi. E’ una costante nella storia della guerra la tendenza a disumanizzare gli avversari, o spersonalizzandoli (intere popolazioni, civili compresi, etichettati come “il nemico”, unica, monolitica entità che si esaurisce nella sua definizione di base: quella di “esserci ostile”) o disumanizzandoli (l’analogia biologica la fa da padrone, definendo i membri della parte avversa come crudeli, barbari, animaleschi, selvaggi, ecc). Tale tendenza risulta sempre più forte nel conflitto mediorientale come il risultato della politica israeliana di separazione forzata, stretto controllo delle frontiere e militarizzazione dei territori; tendenza che, non potendosi definire affatto inintenzionale, conferisce maggior forza e credibilità alle posizioni degli estremisti di entrambi i fronti, egualmente ciechi alle ragioni dell’altro. E’ questa stretta contrapposizione fra Noi-Loro, elemento di giustificazione della violenza, che la posizione di Amira Hass vorrebbe rompere o almeno attenuare. Per suggerire un’altra, forse più significativa, contrapposizione verticale: fra gente comune e leader. Senza dimenticare, però, che il regime di occupazione militare, con la sua limitazione di movimento, vessazioni dei civili deliberate e sistematiche, le frequenti uccisioni, è “un prodotto profondamente israeliano [6]”. La prospettiva delle sofferenze di entrambe le parti non annulla la responsabilità politiche, prevalentemente israeliane, ma le completa suggerendo dei percorsi di pace.
Domani andrà peggio. Il pessimismo del titolo non nasce da un’analisi storia o politologica, ma dalla condivisione della percezione di chi vive il conflitto quotidianamente. Dopo il fallimento di Oslo la fiducia è a terra, e non dà segni di ripresa. Anche se in realtà la posizione di Amira deriva dal fatto che nonostante il futuro si presenti così fosco, l’influsso del movimento per la pace israeliano non riesce a dar vita ad una protesta generalizzata contro le politiche attuali. Ed un movimento di base è l’unica forza che potrebbe determinare un reale cambio di orientamento verso la pace di “due popoli, due stati”.
Note
1. In senso letterale: se sono frequenti articoli francesi, tedeschi e statunitensi, se ne trovano anche di indiani, tailandesi, peruviani, sudafricani, polacchi…
2. Si veda l’intervista concessa da A. Hass a R. Fisk, Amira Hass voce di confine, in Internazionale n. 413, 23-29 novembre 2001. L’articolo è tratto dall’Indipendent.
3. Studioso di letteratura comparata di origine palestinese, recentemente scomparso; leggi una sua intervista:
http://www.cafeletterario.it/interviste/said.html
4. Intellettuale israeliano di lingua francese, militante contro la politica israeliana da anni. Leggi un suo intervento: http://www.cultureaconfine.net/online/rubricheB-libro.asp
5. Come il bambino di tre anni, che quando va via la luce dice: “sono gli israeliani che ci fanno stare al buio”, chiamandoli “cani”. “Anch’io sono ebrea; sono forse un cane?” Così risponde Amira, che è amica della famiglia, e gli spiega la differenza fra ebreo e soldato. In un altro episodio, incontra dei giovani palestinesi, a cui domanda da quanto non vedono un ebreo. “Tutti i giorni”, rispondono. No, insiste lei, non un soldato, un israeliano normale. “E’ un sacco di tempo”, dicono rilassandosi.
6. Vedi l’intervista citata alla n. 2; più avanti Hass afferma che il mondo dell’occupazione, Gaza in particolare, “Rappresenta la contraddizione centrale dello Stato d’Israele: democrazia per alcuni, espropriazione per gli altri. Gaza è il nostro nervo scoperto”.
Il sito di Internazionale:
www.internazionale.it
La casa editrice:
www.fusiorari.it
Testimonianze sui refusnik (in italiano):
http://www.assopace.org/conflitti/palestina/refusnik/refusnik.htm
http://www.yeshgvul.org.il/italian/
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