Arte dei Popoli
di Leonardo Masi
Articoli della Rubrica
Introduzione
Les pages manquantes (A. GOBENCEAUX)
Recensione Chiedilo al pilota (M. Bortolon)
Recensione Salvo complicazioni (M. Bortolon)
Alcuni appunti per una discoteca poliglotta (Masi)
Ultimi film di De Oliveira (Masi)
Concretizzazioni
(Palumbo)
Se la tecnologia ha avuto un ruolo fondamentale nella storia umana, l’aereo è una delle invenzioni che più hanno influenzato la vita e la società nel ventesimo secolo, oltre che ad appagare uno dei desideri: dal punto di vista commerciale ha permesso il più elevato grado di interazione mai raggiunto nella storia[1]; per quanto riguarda la circolazione delle persone, ha avvicinato anche i luoghi più sperduti rendendoli accessibili in termini di ore, anziché di giorni o settimane. Nonostante che volare sia un’esperienza assai comune – le persone che non hanno mai messo piede su un aereo diventano sempre più un minoranza – le logiche del mondo dell’aviazione rimangono in gran parte sconosciute ai passeggeri.
A queste è dedicato il libro di Patrick Smith, pilota di professione che ha tenuto dalla fine del 2001 una rubrica sulla rivista on-line salon.com per rispondere alle curiosità dei lettori sull’argomento[2].

Come molti altri libri similmente tratti da pezzi sparsi originariamente scompaginati, la struttura è a tema (secondo criteri piuttosto creativi, in realtà) e comprende una selezione degli articoli, rivisti e riadattati, mantenendo però l’articolazione originaria domanda-risposta. La maggior parte dei lettori troverà gustosa una consultazione erratica, sfogliando le pagine e cercando le questioni più interessanti.
Va detto che questo è un libro piuttosto americano: negli USA i collegamenti aerei sono correnti per gli spostamenti interni, mentre in Europa e in paesi più piccoli volare è più facilmente abbinato ai viaggi all’estero. Al di là dell’Atlantico, invece, il volo prende sempre più i caratteri di un noioso quanto banale viaggio in autobus, come riporta lo stesso autore, che mostra una certa nostalgia per una visione più romanticamente idealizzata[3].

In questo che può essere considerato un piccolo breviario sui viaggi aerei il lettore troverà risposta a tutte le sue domande e curiosità, dal banale “come fa un tubo di metallo carico di passeggeri e bagli a volare?” a cosa succede se un uccello va a sbattere contro le eliche. Lo stile è piano e scorrevole, con buone dosi di pragmatico tecnicismo – tipicamente USA – e garbata (auto)ironia. Essendo il libro il risultato di un dialogo fra l’informatissimo pilota e i lettori di salon.com, con le curiosità e incertezze registrate durante i loro viaggi, gli argomenti vertono per lo più sull’aviazione civile (trasporto di passeggeri), anziché il traffico di merci o il settore militare. Entro tali limiti, la conoscenza di Smith è sbalorditiva, e alla persona inesperta pare prossima all’onniscienza.
Il mondo degli aerei è assurto ad una posizione centrale nel discorso pubblico in occasione degli attentati dell’11 settembre 2001 (la rubrica di Smith prende avvio proprio a fine 2001), che hanno concretizzato e rafforzato al tempo stesso le paure dei potenziali viaggiatori, approssimandosi alla psicosi dell’attentato. La portata dell’evento, gigantesca nella sfera politica, è stata altrettanto pesante per la percezione diffusa sulla sicurezza dei viaggi aerei. Ad essa Smith dedica una parte del libro. Bisogna premettere che la questione “sicurezza” è profondamente radicata nell’immaginario statunitense, ben al di là dei risvolti delle Twin Towers, come mostrano indirettamente un buon numero di espressioni della cultura popolare USA[4], e che potremmo definire come l’utopia di una “intangibilità preventiva” che trova la sua espressione privilegiata in rigorose e assillanti procedure, controlli, sistemi di sorveglianza e simili, destinati a disattivare e invalidare qualsiasi tipo di minaccia. Alla valanga di regolamenti aereoportuali Smith reagisce, rispondendo ai lettori, con garbato scetticismo, con due semplici considerazioni. Primo: i voli, statisticamente parlando, sono sicuri, e nessuna paranoia del controllo li renderà meno pericolosi, essendo il rischio reale legato a fattori puramente tecnici come la manutenzione. Secondo, perquisire i passeggeri a caccia di coltellini sospetti o fare loro assaggiare il caffè per assicurarsi che non si tratti di benzina [sic!] serve a dare l’illusione di una maggior sicurezza, ma il fantasma di un controllo del 100% è pura utopia e concretizza senza utilità uno stato di paura diffusa[5]. La lotta contro il terrorismo aereo, si potrebbe concludere, è la somma di una duplice funzione: da un lato gli exploit più mediatici che militarmente significativi degli attentatori[6], d’altra parte rigorosi regolamenti di controllo, pedantescamente scomodi quanto inutili. Buon volo.

NOTE
[1]E’ uno dei fenomeni più studiati della globalizzazione: poter spostare le merci in altri continenti ad alta velocità porta alla creazione di nuovi mercati – per esempio della frutta e degli alimenti deperibili.
[2]I lettori di Internazionale lo conoscono già:ogni settimana il settimanale pubblica la sua rubrica in traduzione italiana.
[3]Compare continuamente nel testo lo spettro delle lamentele dei passeggeri: tempi lunghi di attesa, poltrone anguste e scomode, cattiva qualità del cibo a bordo, scortesia del personale, soste o deviazioni impreviste e simili. Tutti fattori tutt’altro che assenti da noi, ma che negli USA pare abbiano assunto una consistenza assai più grande, legata appunto ad una diffusione più vasta dei viaggi aerei.
[4]Si pensi un tipico prodotto della cinematografia statunitense d’azione come Die Hard II: in questo genere di film i terroristi appaiono spesso ben organizzati ed equipaggiati, in grado di prevedere le mosse di esercito e polizia, che appaiono invece largamente inefficienti, burocratici e stupidi (fatta eccezione per il protagonista, dipinto come un outsider non integrato nelle regole). Lo stesso motivo conduttore è largamente presente altrove, il cui risvolto è facilmente deducibile: che i pericoli siano dovuti a falle derivanti da sistemi di sicurezza colposamente inefficienti (il cui miglioramento evidentemente, cancellerebbe le minacce).
[5]Il clima di pesante psicosi collettiva caratterizzante lo scorcio del 2001 non si limita certo agli USA. Va ricordata la campagna martellante e consistente inscenata da tutto il panorama mediatico, che probabilmente resterà un ghiotto boccone per lo studio dei mezzi di comunicazione di massa, con interviste con sedicenti esperti, riproposta delle immagini dell’attentato e della distruzione delle torri ben al di là della necessità di cronaca, commenti di una incontrollata irrazionalità (particolarmente aberrante l’affermazione di un frettoloso corrispondente l’oltreoceano che ventilava la possibilità di una “quarta guerra mondiale”), e simili. Chi scrive ricorda che in quei mesi entrare in una biblioteca nazionale significava dover mostrare il contenuto del proprio bagaglio all’entrata prima di lasciarlo in deposito. Controllo diretto evidentemente a rassicurare il pubblico più che a uno scopo effettivo di sicurezza.
[6]Non occorre certo ricorrere alla filosofia di Buadrillard (inerente il rapporto fra realtà e rappresentazione virtuale, di cui lo studioso sottolinea la incisività manipolatoria) per capire che la reale efficacia degli attentati – salvo considerazioni di carattere morale sulle vittime - sia in verità assai bassa, parlando in termini di strategia militare classica, a meno che non vengano uccisi esponenti degli apparati statali; la loro sola incisività è la via mediatica. Perciò pare assai persuasivo sostenere che la sostanza dell’11 settembre è la sua rappresentazione.


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