Arte dei Popoli
di Leonardo Masi
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L'esistenza di una grande molteplicità di culture è cosa nota e pressoché scontata anche presso il grande pubblico lontano dai furibondi dibattiti sullo scontro di religioni e sul multiculturalismo. Lo stesso si può dire del pluralismo religioso, presente anche all'interno dei singoli paesi; si pensi alle polemiche sull'Islam nei paesi europei, di particolare intensità in Francia e Italia. Una visione più profonda del problema suggerisce che si tratta di due temi vicini ma distinti. La semplificazione cultura=religione non funziona molto. La cultura francese, ad esempio, presenta caratteristiche storicamente determinate (tendenza al razionalismo e alla chiarezza, ecc.), ma non ha senso definirla "cattolica" o "gallicana"(1). Elementi riferibili al Cristianesimo sono certo presenti, ma accanto ad una significativa influenza ebraica, ad esempio. Molte di queste difficoltà scaturiscono dalla difficoltà di definire cosa sia una "cultura"; se si sceglie un'accezione ampia, essa comprenderà non solo le produzioni artistiche-letterarie oltre che teologico-filosofiche, ma anche elementi materiali (abitazioni, sistemi di trasporto) e pratiche sociali (tipi di intrattenimento, tipologia delle famiglie); a ciò andrebbero aggiunti elementi di "cultura profonda" radicati in profondità come il linguaggio, la percezione di spazio e tempo, la visione del mondo. Non si può escludere da tutto ciò la religione, tanto nelle sue espressioni colte (la teologia, la musica sacra) che popolari (devozione mariana, processioni e simili).

Il problema può venire risolto distinguendo l'essenza di una religione dalle forme in cui si "incarna", che possono essere molteplici. In tal modo le religioni possono venire considerate come elementi etico-normativi transculturali. Le grandi fedi come Islam, Induismo, Cristianesimo, Buddismo allargano il loro campo un po' a tutti i continenti. La distinzione è utile perché, come già notava Rudolf Otto nella suo opera del 1917 Il sacro, la religione non consiste solo in una serie di affermazioni razionali, ma gran parte di essa nasce in una esperienza, uno stato mentale che le parole faticano a trasmettere. Per essere comunicata agli altri, la vita interiore del singolo è costretta a ricorrere alle strutture culturali che trova: il linguaggio, le tecniche artistiche, i concetti, ecc. Ed è necessario, perché una fede ha anche una dimensione sociale. Tuttavia non è detto che dopo aver trovato forme di espressione, l'esperienza fondamentale di un credo debba rimanervi attaccata per sempre: potrà aderire ad un cambiamento di esse (in genere malvolentieri), o addirittura a strutture di altre civiltà. L'esempio più eclatante è il Cristianesimo, nato come gruppo fortemente ebraizzante che è stato recepito nell'ambiente pagano ellenistico-romano dal II secolo d. C. Successivamente si è diffuso nell'Europa continentale (presso franchi, longobardi, normanni), nel continente americano (dal 1500), in Africa, in Australia, in Asia (in Cina, India, Giappone).

Ma un discorso analogo può essere fatto per il Buddismo, nato in India intorno al VI secolo a. C., passato dopo circa 500 anni in Cina e di qui in Giappone, dove dal XII secolo d. C. sono nati diverse confessioni. Lo Zen è la versione giapponese del Buddismo Chan (cinese). Anche quasi tutti gli italiani convertiti al Buddismo aderiscono ad una confessione giapponese, la Soka Gakkai. Di solito, le resistenze a tali fenomeni di passaggio sono notevoli: si ha paura di perdere la "purezza" della fede. E in effetti la distinzione fra essenza (che dovrebbe essere conservata gelosamente) e strutture comunicative/ culturali (che possono mutare) è più facile in teoria che in pratica. Il pane dell'Eucarestia è un elemento "permanente" o no? E il Corano in arabo? E c'è un altro problema: che le forme culturali possono contenere elementi contrari al messaggio fondamentale. I comportamenti razzisti sono probabilmente incompatibili con le religioni universalistiche. E lo stesso si può dire di varie strutture giuridiche, economiche, ecc. Perciò i timori per un'apertura "eccessiva" possono essere giustificati.

Per quanto riguarda l'ambito cristiano (2), il problema della diversità culturale si è posto per l'evangelizzazione;i predicatori che sbarcavano nel Nuovo Mondo imponevano, anche inconsciamente, il proprio patrimonio culturale: si doveva non solo convertirsi a Cristo, ma farlo all'europea, e persino apprendere abitudini occidentali (non andare in giro nudi, ma vestiti, per esempio). Per quanto riguarda le pratiche sociali dei nativi, si può capire come alcune sembrassero incompatibili col Cristianesimo: si pensi ai sacrifici umani. Ma generalmente si è ritenuto che fossero da abbattere tutte le usanze locali, ritenute "inferiori", anche se avevano un scarsa valenza etica (le lingue locali, le forme letterarie e musicali). Molti missionari oggi ritengono che il loro ruolo non sia quello di imporre la cultura occidentale, ma di trasmettere il messaggio cristiano nel rispetto delle civiltà preesistenti; talvolta alcune usanze locali sono state considerate maggiormente compatibili col cristianesimo rispetto a quelle occidentali. Per quanto riguarda, ad esempio, il rispetto della natura.

"Nessuno rispetta l'ambiente più degli indigeni. Noi parliamo anche con le piante. Il nostro modo di vivere ancestrale era in armonia con gli elementi della natura. La cosmovisione dei nostri popoli prevede che se distruggiamo la natura, distruggiamo noi stessi La terra per noi è sacra. In essa vi è la memoria dei nostri ancestali che chiede giustizia. Per questo esigiamo la demarcazione dei nostri territori indigeni, il rispetto per le nostre culture e per la nostre differenze, condizioni per la sopravvivenza, educazione, salute e punizioni dei responsabili delle aggressioni dei popoli indigeni."

Così si esprimono dei rappresentanti di indios americani (3). Samuel Ruiz, il famoso vescovo messicano, ha promosso la traduzione dei Vangeli nelle lingue locali. Questa nuova logica ha generalmente ricevuto il nome di inculturazione. In linea generale, nonostante i rischi a cui abbiamo accennato, comunicare un messaggio religioso incarnandolo nelle varie forme culturali è una necessità, è il rischio che un credo deve affrontare per espandersi presso altri popoli. La sola alternativa è l'imposizione, l'imperialismo culturale. L'inculturazione non è però solo un modo più rispettoso e meno aggressivo di diffondere una religione: è una possibilità per l'unità del genere umano, perché mostra come sia possibile che differenti popoli condividano valori comuni, ognuno conservando la propria identità e specificità. E se culture anche molto diverse possono trovare delle profonde convergenze etiche, allora sarà possibile che esse possano anche elaborare una base comune di confronto universale, su cui le varie differenze etniche possano dialogare e promuovere le esigenze di pace e concordia della famiglia umana.

NOTE

(1) "Gallicana" fu definita la tendenza della chiesa cattolica francese ad essere indipendente dal papato romano e più vicina alla realtà nazionale francese.
(2) Il maggior spazio dedicato al Cristianesimo non deriva da un giudizio di valore, ma unicamente dalle esigenze di brevità, entro la quale chi scrive deve inevitabilmente concentrarsi su ciò che conosce meglio.
(3) I brani sono tratti da un testo deliberato nell'Encuentro continental por la Humanidad y contra el Neoliberismo, Chiapas, e dall'intervento dell'indio pataxò Matalawe il 26 aprile 2000 a Coroa Vermelha (Brasile) durante la messa di celebrazione per i 500 anni di evangelizzazione. Si veda anche l'intervista di Mons. Masserdotti alla Folha de Sao Paulo del 27 aprile 2000, in cui egli afferma: "Lo spirito del Signore aveva già seminato i valori del Vangelo, anche se in forma implicita, nella storia dei popoli indigeni, nelle loro sofferenze e nelle loro tradizioni religiose. Quando sono arrivati i missionari, con la mentalità di quell'epoca e l'assenza dell'antropologia culturale, che ancora non era nata, essi pensarono che questo era il demonio e distrussero tutto. Ma ora siamo in condizione di dire che in quei valori già era presente lo spirito del Signore".

L’existence d’un grand nombre de culture est une chose avérée et acquise auprès du grand public pourtant éloigné des débats animés sur la rencontre des religions et sur le multiculturalisme. On peut en dire de même à propos du pluralisme religieux, présent aussi à l’intérieur même des pays ; on pense aux polémiques sur l’islam dans les pays européens, d’une intensité particulière en France et en Italie. Une viesion plus approfondie du problème suggère qu’on le traite selon deux thèmes voisins mais distincts.La simplification selon laquelle culture = religion ne fonctionne pas vraiment. La culture française, par exemple, présente des caractéristiques historiquement déterminées (tendance au rationalisme et à la clarté), mais cela n’a pas de sens de la définir « catholique » ou « gallicane ». Des éléments faisant référence au christianisme sont certes présents, mais à côté d’une influence hébraïque significative, par exemple. Beaucoup de ces difficultés naissent de la difficulté de définir ce qu’est une « culture » ; si on choisi un acception ample, elle comprendra non seulement les productions artistiques-littéraires en plus de celles technologiques-philosophiques, mais aussi d’éléments matériels (habitations, systèmes de transports) et des pratiques sociales (types de loisirs, typologies de la familles) ; à cela il faudrait ajouté des éléments de « culture profonde » enracinés en profondeur comme le langage, la perception de l’espace et du temps, la vision du monde. On ne peut pas exclure de tout cela la religion, tant dans ses expressions populaire cultivées (la théologie, la musique sacrée) que populaire (dévotion mariale, procession et autres). Le problème peut-être résolu en distingant l’essence d’une religion des formes dans lesquelles elle s’incarne, qui peuvent être multiples. D’une telle façon, les religions peuvent être considérées comme des éléments ethnico-normatifs transculturels. Les grandes religions comme l’Islam, l’Indouisme, le Christianisme, le Bouddhisme élargissent leur champ à un peu tous les continents. La distinction est utile parce que, comme le notait Rudolf OTTO en 1917 dans le sacré, la religion ne consiste pas seulement en une série d’affirmations rationnelles mais une grande part d’elle naît d’une expérience, d’un état mental que les paroles peinent à transmettre. Pour être communiquée aux autres, la vie intérieure de quelqu’un est contrainte à recourir aux structures culturelles qu’il trouve : le langage, les techniques artistiques, les concepts… Et c’est nécessaire, car une foi a aussi une dimension sociale. […]


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